Sulla riapertura delle scuole siamo (di nuovo) impreparati

Di Debora Faravelli

Anno nuovo, stesso copione. Il timore di una nuova ondata di contagi aleggia su tutto il territorio nazionale e, finite le vacanze, l’intera comunità studentesca è appesa a vertici lampo, Consigli dei Ministri e conferenze stampa per conoscere quale sarà il suo destino.

Il suono della campanella per molti non è ancora suonata e purtroppo molti studenti sono appesi sul filo di un rasoio. Quanti alunni potranno tornare in classe e quanti da remoto non è dato saperlo e la politica rimpalla le proprie responsabilità. Nel frattempo gli studenti fanno la voce grossa e protestano in tutta Italia.

A rimetterci, come sempre, sono studenti, genitori e insegnanti che vengono lasciati nella più totale incertezza e verranno informati delle decisioni prese soltanto qualche ora prima di doverle mettere in pratica.

Difficile stabilire se sia meglio riaprire le scuole o tenerle chiuse, cosa che non si chiede alla politica di fare: è compito dei tecnici valutare la situazione epidemiologica e consigliare il governo di conseguenza. Spetta però alla classe dirigente mettere i cittadini nelle condizioni di poter adempiere al meglio all’una o all’altra decisione. E allo stato attuale tanto tornare in classe, quanto continuare con la DAD sembra essere disagevole per buona parte della comunità scolastica.

Rientrare vorrebbe dire far salire migliaia di individui sui mezzi di trasporto, dove non sempre si riesce a rispettare il distanziamento, con il rischio di contrarre l’infezione o trasmetterla ai passeggeri vicini a sé. Vorrebbe dire rischiare di dover isolare intere classi o istituti qualora venisse diagnosticato un caso positivo. E vorrebbe probabilmente dire tornare alla didattica a distanza pochi giorni dopo per la risalita della curva.

D’altra parte, anche mantenere chiusi gli istituti superiori comporterebbe non poche difficoltà. In primis per i nuovi studenti, che non hanno ancora potuto vivere quella dimensione di socialità con compagni e insegnanti che è elemento fondante dell’esperienza scolastica. E subito dopo per tutti coloro che ancora non dispongono di una connessione o dei dispositivi per poter seguire le lezioni e che vedrebbero inevitabilmente inficiata la loro formazione. Secondo il rapporto Auditel-Censis sono tre milioni e mezzo le famiglie italiane senza Internet a cui si aggiungono altri sei milioni che possono connettersi al web soltanto con il cellulare.

Alla luce di questa minima parte di criticità su entrambi i fronti, è possibile che a quasi un anno dalla dichiarazione dello stato di emergenza ancora scarseggino le soluzioni? Che non si sia pensato di trovare spazi alternativi per svolgere le lezioni, di coinvolgere per tempo privati e mezzi di trasporto inutilizzati ovviando agli assembramenti su autobus e treni o di aiutare le famiglie in difficoltà che non possono permettersi un dispositivo elettronico (possibilmente non con bonus irrealizzabili a causa della mancanza dei decreti attuativi)? Eppure, sarebbe bastato ascoltare le proposte delle opposizioni che, accogliendo i ripetuti inviti del Premier a collaborare, hanno tentato decine di volte di intervenire sui provvedimenti del governo ricevendo in cambio muri o, alla meglio, chiamate dell’ultimo minuto.

Governo che ha avuto l’ardire di paragonarsi a Winston Churchill sostenendo di voler pensare alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni. Che ha definito la scuola un servizio pubblico essenziale già troppo sacrificato nei mesi passati. E che però continua a mancare di visione e soluzioni a lungo termine. Se davvero tiene ai giovani, che non costituiscono solo una fetta importante dell’elettorato ma rappresentano la classe dirigente del futuro, lo dimostri davvero. Possibilmente con coscienza e non con banchi a rotelle.