In passato ho vissuto all’estero diversi anni, ho viaggiato tantissimo sempre spinto dall’entusiasmo e dalla curiosità di scoprire cosa c’era là fuori. Non mi era mai capitato di scappare però; non mi era mai capitato di essere in ostaggio di questa sensazione così svilente.
Dopo tutti questi mesi di inconcepibili proibizioni e vessazioni, lo scorso novembre mi si è aperto finalmente uno spiraglio. Il governo thailandese ha ricominciato a concedere i visti ai turisti.
Da qualche giorno mi trovo proprio in Thailandia, un paese che amo tantissimo e che in passato mi ha già ospitato a lungo. Scrivo mentre sto ancora facendo la quarantena obbligatoria di due settimane, a mie spese, in un hotel indicato dal governo, con il rischio, nel caso risultassi positivo a ai tamponi obbligatori, di essere ricoverato in ospedale, indipendentemente dalle mie condizioni fisiche. Ve l’ho anticipato, sono scappato per disperazione, altrimenti non avrei mai accettato di sottopormi a un simile trattamento. Ma considerando che nel Sud-Est asiatico la vita da sempre è vissuta con semplicità e leggerezza, ho pensato valesse la pena fare questo sacrificio; inoltre la situazione, sin dall’inizio di questa psicosi collettiva, è sempre stata abbastanza tranquilla, fatta eccezione per i mesi di aprile e maggio, dove anche qui sono state adottate misure abbastanza restrittive. Dai contatti che ancora ho sul posto e dalle notizie che si potevano trovare facilmente in rete, i thailandesi si erano ormai quasi dimenticati dell’esistenza di questo particolare virus e la vita aveva ricominciato a scorrere proprio come prima.
Invece con molta probabilità dovrò ancora destreggiarmi tra inaspettate nuove limitazioni alla fine di questo mio periodo di isolamento forzato. Pochi giorni prima di Natale, infatti, nel principale mercato di gamberi del paese, situato nei pressi Bangkok, una signora che lavorava in una fra le infinite bancarelle di questo immenso centro, è stata trovata positiva. Le autorità subito dopo aver iniziato le ricerche, hanno stabilito che il virus era stato portato nel paese da alcuni lavoratori Birmani, che rappresentanola manodopera a basso costo per la Thailandia.
Il governo è fondamentalmente di stampo militare e agisce in maniera schematica e aggressiva alle minacce. In pochi giorni il paese è stato diviso in zone a secondo del livello di contagi, con conseguenti limitazioni e imposizioni di misure di confinamento per alcune città e province.
Queste sono le fasce definite dalle autorità thailandesi: zona verde zero casi, zona gialla meno di dieci casi, zona arancione sopra i dieci casi, zona rossa numero di casi considerabile.
Da domenica 3 gennaio Bangkok, unica vera e propria metropoli del paese è stata inserita in zona rossa, le cui restrizioni sono poco più rigorose della nostra zona gialla, fino almeno a inizio febbraio. Il governo ha agito così celermente e drasticamente per ridurre al più presto la curva dei contagi, che ammontano a circa cento unità. Cento persone trovate positive in una settimana in una città di dodici milioni di abitanti ha fatto sì che venissero prese queste misure pesantissime. La preoccupazione di essere contagiati e di perdere il lavoro è stranamente presente nelle persone.
In una nazione dove più dell’un percento della popolazione è malata di AIDS e le vittime di incidenti stradali sono diverse migliaia ogni anno, la propaganda mediatica è riuscita comunque a sortire un certo effetto e a creare disagio in una parte di popolazione.
Per quanto la Thailandia sia immersa in una specie di bolla magica, anche qui, seppur in modo più attenuato, la follia planetaria, la vera e propria malattia del momento, è riuscita a farsi strada.