Rovistando nei meandri delle informazioni in internet tra social network e giornali online, ieri ho trovato notizie di un povero commerciante di 68 anni trovato morto all’interno del suo storico negozio di articoli per fotografia a Napoli e un altro imprenditore della ristorazione di 77 anni della Bassa Bergamasca che, dopo aver annunciato il suo gesto ai Carabinieri, si è tolto la vita nella sua abitazione. Chissà quanti altri nella stessa giornata per lo stesso motivo.
Avevano analogie senza differenza di latitudine.
Intanto la loro posizione lavorativa di serie B (erano lavoratori che hanno investito i loro rispari, hanno rischiato e sono sempre stati oppressi da imposte e tasse portando via il 70% dei loro redditi) rispetto a quelli di serie A (assistiti, tutelati dallo Stato e incentivati a fare sempre di meno e pretendere sempre di più).
Poi l’età: entrambi si sono tolti la vita per disperazione in condizioni lavorative indipendenti dalla loro volontà, inoltre oltre i limiti di età per il raggiungimento degli anni pensionabili. Questa è l’altra piaga sociale che costringe chi fa impresa a continuare a lavorare per garantirsi lo statu quo anche in tarda età per l’insufficienza di garanzie prestate dello Stato ai lavoratori autonomi per la previdenza sociale. La stessa che garantisce il proseguimento dello stesso tenore di vita ai lavoratori dipendenti, soprattutto quelli statali.










