Il blocco di Netanyahu si ferma a 53 seggi, quello di Eisenkot a 48. I partiti arabi toccano quota 19, il dato più alto di sempre, e diventano decisivi per qualsiasi alternativa al premier

Nessuna maggioranza alla Knesset. Con il 100% delle schede dei seggi scrutinate, la Commissione elettorale centrale israeliana assegna 53 seggi al blocco guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, 48 a quello dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot e 19 ai partiti arabi. Per governare ne servono 61 su 120: nessuno dei due schieramenti principali ci arriva da solo.

Il voto di martedì 27 ottobre, il primo dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran, ha fatto registrare un’affluenza storica. Il quadro, però, resta aperto. Le schede dei seggi rappresentano circa l’86% del totale: mancano ancora circa 650mila “buste doppie”, i voti di militari, diplomatici e di chi ha votato fuori dal proprio seggio, che potrebbero spostare qualche seggio nelle prossime ore.

I numeri partito per partito

Il Likud di Netanyahu si conferma il primo partito con 26 seggi. Nel campo del premier, gli ultraortodossi di Shas e United Torah Judaism ottengono 7 seggi ciascuno, così come Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir, mentre il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich si ferma a 6.

Sul fronte opposto, Yashar di Gadi Eisenkot, nato appena nel 2024, è il secondo partito del Paese con 21 seggi. Seguono B’Yachad, la lista comune di Naftali Bennett e Yair Lapid, con 12, i Democratici di Yair Golan con 8 e Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman con 7.

Il dato che più di ogni altro cambia gli equilibri riguarda i partiti arabi: la Lista Unita guidata da Yousef Jabareen conquista 12 seggi, Ra’am di Mansour Abbas ne ottiene 7.

Il nodo dei partiti arabi

Sommando i suoi 48 seggi a quelli delle formazioni arabe, il fronte anti Netanyahu arriverebbe a 67, ben oltre la soglia della maggioranza. È su questo calcolo che punta il leader dei Democratici Yair Golan, secondo cui il premier ha perso le elezioni e l’opposizione ha l’occasione di formare un governo del cambiamento insieme ai cittadini arabi israeliani.

Dalla Lista Unita è arrivata un’apertura esplicita. Jabareen si è detto pronto a contribuire alla caduta del governo Netanyahu, mentre il deputato Ahmad Tibi ha assicurato che l’opposizione potrà formare un esecutivo se avrà il coraggio di farlo, perché la mano tesa c’è. Secondo la stampa israeliana, il blocco di Eisenkot starebbe già valutando di sostituire il presidente della Knesset Amir Ohana con l’appoggio delle liste arabe.

La strada, però, è stretta. All’interno dell’opposizione diverse componenti restano contrarie a un governo che dipenda dai voti arabi, e lo stesso Eisenkot ha più volte escluso di entrare in un esecutivo guidato da Netanyahu, anche nella formula della rotazione. Sullo sfondo resta l’ipotesi di un governo di minoranza, capace di ottenere la fiducia senza i 61 seggi.

Netanyahu e l’appello di Herzog

Netanyahu, che con il Likud resta il primo partito, rilancia l’obiettivo di un ampio governo di destra. Dagli Stati Uniti, intanto, filtra la posizione di Donald Trump, che prima del voto aveva dato il suo endorsement al premier: secondo la stampa israeliana, la Casa Bianca vorrebbe una coalizione senza Ben Gvir e Smotrich.

Il presidente Isaac Herzog ha chiesto ai partiti di affrontare le consultazioni con mente aperta e di fare tutto il possibile per evitare un nuovo ritorno alle urne. Sarà lui, entro sette giorni dalla proclamazione dei risultati ufficiali, ad affidare a uno dei leader l’incarico di formare il governo.

L’incertezza si è riflessa subito sui mercati: lo shekel si è indebolito e la Borsa di Tel Aviv è scesa.