Si fa sempre più stretto il vicolo cieco in cui sembra essersi cacciato il premier Giuseppe Conte, combattuto tra la formazione di una nuova maggioranza, un Conte 2 Bis, oppure le dimissioni per la formazione di un Conte ter che però vuole evitare a tutti i costi.
Italia Viva è tornata a farsi “Viva” e a chiedere di entrare nel gruppo dei “costruttori”, ma Conte non vuole che quegli stessi “distruttori” rientrino dalla finestra: “Mai con Renzi” è la risposta categorica dell’avvocato del popolo. Sa bene Conte quanto potrebbe costargli questo rifiuto ma l’orgoglio è più forte.
Insomma al premier aspetta un nuovo weekend di fuoco per ottenere una maggioranza assoluta. Dopo il voto di fiducia ottenuto dal governo Conte al Senato martedì scorso, non accennano a diminuire gli interrogativi sul futuro dell’esecutivo. L’impressione generale è che Giuseppe Conte, percorrendo la strada della resa dei conti parlamentare, sia finito al buio. E che l’unica via d’uscita possibile dalla crisi sia aprire la porta a Italia Viva. Conte però sa bene che, dopo le dimissioni dei ministri renziani, la posta in gioco si è fatta alta e Iv potrebbe chiedere poltrone importanti e mettere sempre più i bastoni tra le ruote all’esecutivo. Una situazione che spezzerebbe in più parti la maggioranza, dividendo anche i rapporti tra M5S e PD, che al momento sembrano saldi.
A questo punto però l’altra strada – più percorribile – sarebbe il voto. D’altronde i leader del centrodestra Salvini, Meloni e Tajani lo hanno ribadito più volte, anche al Colle. A Mattarella hanno detto, chiaro e tondo, che “l’unico scenario possibile è il voto”, per dare una maggioranza agli italiani.
Sul voto che è previsto mercoledì, in Senato, sulla relazione di Bonafede “io spero che i parlamentari di Italia viva, eletti dal Pd e nel Pd, di fronte al bivio di un voto con noi o con Salvini e Meloni scelgano il Pd – afferma il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, in un’intervista al Corriere della Sera -. Se l’operazione non riesce la maggioranza non c’è e diventa scontato che si vada al voto“. “Se non c’è una maggioranza non c’è il Conte ter – aggiunge Boccia – . Temo che dietro la scelta originaria di Renzi ci fosse altro. Il tentativo di sostituire Conte e scomporre questa alleanza, per fare implodere il Pd. Se qualcuno pensa che possiamo fare un governo con Salvini o è un incosciente o vuole distruggere il Paese e il Partito democratico”. Sugli assetti di governo, dopo le aperture dei renziani, disposti al dialogo rimanda la palla dall’altra parte: “Dovrebbe chiederlo a Renzi, ha ritirato lui le ministre. Il problema di fondo con chi ha fatto la scissione del Pd è che non hanno mai creduto a un’alleanza sociale ed europeista tra progressisti, M5S e liberali. Se hanno cambiato idea, lo dicano”, sottolinea commentando le possibili aperture di Italia Viva.
Come se ne esce? “Tornando alla politica, ricostruendo le ragioni di una maggioranza solida, con un programma condiviso, che rimetta al centro le esigenze del Paese: dall’economia ai giovani alle donne al Mezzogiorno”. Così la ministra delle Politiche agricole dimissionaria Teresa Bellanova sul Messaggero parla dello stallo sulla crisi di governo. “Per noi vale il perimetro della maggioranza attuale e, se ci sono le condizioni, partire da qui per un eventuale allargamento – dice – che non può essere l’esito di un mercato svilente, ma di un patto politico e di programma efficace, su scelte e obiettivi precisi. L’impasse ha un antidoto: fare presto, fare bene. Avere come unico obiettivo il Paese”. “Non eravamo al Governo per vivacchiare, ma per affrontare i problemi, a viso aperto – aggiunge -. Siamo stati gli unici a puntare il dito contro un immobilismo pericolosissimo. Per noi è molto chiaro: l’emergenza non può essere il salvacondotto per il Governo. La minaccia di elezioni è un’arma spuntata e il richiamarle costantemente produce solo un ulteriore indebolimento della politica; non può essere una maggioranza numerica recuperata alla bell’e meglio o una politica impegnata nella campagna elettorale a determinare la qualità che serve all’azione di governo”. Quanto al voto di mercoledì, “dopo aver ascoltato la relazione del ministro, decideremo in modo franco, anche se dubito che ci possano essere le ragioni per votare sì“.
Anche Giovanni Toti, presidente della Liguria e leader di “Cambiamo”, si affida alle colonne del Corriere della Sera per dire la sua: “Non è il momento dei responsabili ma della responsabilità. E nessuno, nemmeno il centrodestra, può chiamarsi fuori” da un governo di unità nazionale che in una fase di piena emergenza sarebbe “un gabinetto di guerra, come tante volte è stato nella storia”. Toti non pensa ad appoggiare il governo Conte: “Diciamo no a un governo Conte con questa geometria di forze ma anche a un eventuale terzo governo con questo premier, che passerebbe da una maggioranza gialloverde a una giallorossa a una arcobaleno”.
Nonostante il profluvio di interventi dei parlamentari alle Camere e l’attenzione con cui gli italiani hanno seguito il dibattito sulla fiducia, si accentua intanto il disorientamento riguardo alle vicende politiche di questi giorni, basti pensare che la quota di persone che dichiarano di aver capito le ragioni della crisi (38%) diminuisce di 7 punti rispetto alla scorsa settimana, mentre rimangono stabili coloro che ammettono esplicitamente di non aver capito (42%) e aumentano i cittadini che non si esprimono (20%).
La candela del Conte-2 si estingue lentamente, giorno dopo giorno. Un colpo di scena è sempre possibile, per quanto riguarda il drappello dei famosi “volonterosi”, ma l’atmosfera che si respira è tipica di una stagione che volge al termine: come testimonia anche la vicenda di Cesa. E infatti il voto atteso sulla relazione del ministro della Giustizia, Bonafede, si va caricando di oscuri presagi.
L’ipotesi di elezioni anticipate resta sullo sfondo, è ovvio, ma al momento è soprattutto un’arma politica brandita da Conte e in parte dal Pd per spingere gli incerti a puntellare la maggioranza. Con risultati poco incoraggianti.
Ieri intanto c’è stato un nuovo incontro in videoconferenza tra Giuseppe Conte e i sindacati sul Recovery Plan. Ai sindacati il premier ha teso le mani, riannodando i fili di un rapporto fermo agli Stati generali di giugno e promettendo “un confronto intenso e costruttivo” sul Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Questo passaggio con voi ci spingerà a modificare ulteriormente, per quanto necessario e opportuno, questo progetto” di Recovery Plan. Un piano che per il premier “serve a far fare un salto di qualità alla nostra capacità produttiva e occupazionale”. Ma anche un documento che, dopo sei mesi di lavoro e di rassicurazioni, appare ancora un work in progress: la versione finale dovrà recepire tanto le osservazioni di sigle e imprese (Confindustria e le altre associazioni datoriali sono attese lunedì da Conte) quanto quelle che arriveranno dal Parlamento. Nel frattempo la Commissione Ue ha pubblicato le linee guida definitive che spiegano come devono essere redatti i piani di ripresa e resilienza nazionali (con sistema di controllo annesso), che danno accesso ai fondi di Next Generation Eu, per superare l’esame di Bruxelles e del Consiglio.










