I cento linguaggi dei bambini sono alla base del pensiero del maestro Loris Malaguzzi, esportato in tutto il mondo dalla celebre scuola pedagogica di Reggio Children, che personalmente conosco per aver gestito per quattro anni un asilo nido a Piacenza, facendo parte del Coordinamento pedagogico della città emiliana e apprendendo quindi da vicino il metodo e la filosofia della scuola reggiana.
Ma cosa sono i Cento Linguaggi di cui parlava Malaguzzi?
Tutti gli esseri umani esprimono molteplici modi di accedere alla conoscenza, tutti di pari dignità, benché alla parola parlata si conferisca l’uso predominante. Questo avviene soprattutto nel mondo adulto, quello parlante, mentre i bambini dimostrano una varietà ancora più vasta nei linguaggi non parlati.
Malaguzzi osservava che i linguaggi hanno bisogno dell’esperienza per sviluppare appieno la potenza espressiva della persona. Egli determinava il diritto di ogni bambino di potersi esprimere attraverso ogni tipo di comunicazione, suffragata dall’esperienza per elaborare le proprie rappresentazioni. Secondo il maestro gli adulti devono sentirsi chiamati a valorizzare ogni possibilità elaborativa di ciascun linguaggio espresso dai bambini, sia esso verbale o non verbale, proponendo contesti quotidiani dove esso possa estrinsecarsi. Solo con questa consapevolezza tutti i linguaggi possono svilupparsi e potenziarsi ed interagire tra loro, prendendo forme inaspettate e originali.
Quando parliamo di “cento linguaggi” intendiamo i diversi modi dell’essere umano di rappresentare, comunicare ed esprimere il pensiero attraverso differenti sistemi simbolici: pittorico, grafico, plastico, tutte le arti visive, la musica, la danza, la poesia ecc., che hanno una capacità e una necessità espressive che a volte non vengono riconosciute o sono sottovalutate. Troppo spesso infatti si propende per il prevalente uso del verbo parlato. Occorre invece superare la selettività della parola soprattutto per i bambini piccoli, riconoscendo ad ognuno la soggettività e libertà del processo comunicativo in quanto processo conoscitivo. Attraversando diversi media, il soggetto avanza nella costruzione di mappe concettuali.
La teoria dei cento linguaggi sostiene pertanto una democrazia della conoscenza, sostiene la differenza a livello sociale, psicopedagogico e neurologico. Le neuro scienze infatti si sono occupate molto di questo aspetto. Questi linguaggi plurimi si intrecciano così tanto che ogni bambino formula un proprio modo di comunicare e di apprendere, esprimendo con un vero e proprio pattern riconoscibile la propria singolarità.
Questa molteplicità di linguaggi nasce dall’esperienza soggettiva in divenire, mischiata alle percezioni che l’individuo riporta del mondo e agli stimoli che arrivano dai pari, dagli adulti e dall’ambiente intorno a lui. Ogni bambino ha i propri modi di entrare in contatto col mondo, egli vi accede attraverso molte porte e molto diversificate, plurimi accessi spontanei e non gerarchizzati. Come educatori o come genitori abbiamo il dovere di consentire ai bambini questo percorso, che mantiene aperte e libere di essere le loro menti.
Il primo passo è riconoscere gli accessi che i bambini utilizzano, il secondo è costruire contesti che prevedano accessi differenziati con tempi non prefissati e obbiettivi non preordinati. La capacità di osservare e cogliere gli indizi che i bambini offrono e individuare possibili nuovi cammini percorribili, sono le buone prassi dell’educare. Il materiale predisposto per sollecitare i potenziali di sviluppo e la cura con cui viene proposto, nonchè porre domande aperte che non implichino già una risposta, sono altri elementi da considerare sempre.
La dimensione dell’agire del bambino è data sempre anche dagli altri bambini, non solo dagli adulti. Nel fare insieme, spontaneo ma non casuale, si crea la cooperazione nel trovare interessi e leve comuni per la partecipazione, dove i linguaggi si arricchiscono del contributo di tutta la comunità interferente.
I linguaggi chiedono anche riconoscimento nel gruppo, non sono limitati ad un’azione lineare univoca, ma creano una circolarità. Non sono unidirezionali ma sono interdisciplinari e interpersonali. Non si esprimono attraverso tecniche (pittoriche, plastiche ecc.) ma sono esperiti attraverso trasformazioni, analogie, metafore, simbolismi che entrano nel processo di conoscenza in modo non standardizzato e danno forma al pensiero creativo. Orchestrare la regia di questo ambiente fertile per la creatività e lo sviluppo armonico dei cento linguaggi, è compito dell’educazione famigliare ma soprattutto della scuola.
Francesca Corbella










