Il Mose doveva essere l’eccezione, oggi è diventato abitudine. Nelle ultime settimane le paratoie si sono sollevate con una frequenza mai registrata prima, trasformando quella che era una misura straordinaria in uno strumento di gestione quasi ordinaria.

Non ci sono state maree record, ma una lunga sequenza di livelli sostenuti che hanno reso necessario intervenire più volte. Alla base c’è una combinazione di fattori atmosferici che ha mantenuto l’Adriatico sotto pressione per giorni. Il risultato è stato un continuo superamento delle soglie di sicurezza.

La differenza, rispetto al passato, è evidente: senza il sistema di dighe mobili Venezia avrebbe vissuto ore e ore con l’acqua sopra il metro, con conseguenze pesanti. Invece la città ha retto. Il Carnevale non si è fermato, le attività sono rimaste aperte, i flussi turistici non sono stati interrotti.

Restano però due questioni aperte. La prima riguarda l’equilibrio ambientale della laguna. Le chiusure ripetute modificano temporaneamente il naturale scambio d’acqua con il mare. In questo periodo dell’anno l’impatto appare limitato, ma il monitoraggio è costante per capire quali effetti potrebbero emergere nel tempo.

La seconda riguarda il porto. Ogni sollevamento comporta un costo stimato attorno ai 200 mila euro per l’operatività portuale: trenta attivazioni equivalgono a circa 6 milioni di euro. Oltre cento navi hanno dovuto riorganizzare entrate e uscite, con una quota che ha modificato giorno o orario di attracco.

Il punto, però, è più ampio. La crescente frequenza delle attivazioni non è solo un fatto tecnico: è il segnale di un clima che cambia. Il livello medio del mare sale, gli eventi si fanno più ravvicinati. Il Mose sta facendo il suo lavoro, ma la sua attività sempre più intensa racconta una nuova normalità.

Venezia oggi è protetta. La vera sfida sarà capire come adattarsi a un futuro in cui difendersi non sarà più l’eccezione, ma la regola.