Quel piano di Siri per salvare Alitalia, rimasto nel cassetto

Alitalia

Eravamo ancora ai tempi del Governo Conte I e Armando Siri, Senatore della Lega, era Sottosegretario al MIT guidato dal cinque stelle Danilo Toninelli.

Siri aveva proprio la delega per il Trasporto Aereo e la situazione di Alitalia non era tanto diversa da oggi.

Luigi Gubitosi, Commissario Straordinario della Compagnia, assieme agli altri due colleghi Stefano Paleari e Enrico Laghi, hanno partecipato a più riunioni con Siri per illustrare lo stato e le eventuali potenzialità della Compagnia di Bandiera da mettere a disposizione in un progetto di rilancio.

Il Senatore leghista si era impegnato a trovare una soluzione industriale al problema ed evitare l’ennesimo prestito dello Stato, senza che questo fosse ancorato a una vera prospettiva di ripresa.

Ci sono stati diversi incontri e interlocuzioni anche con Lufthansa, ma i sacrifici in termini di personale richiesti dalla compagnia tedesca erano “inaccettabili per un Governo che aveva come obiettivo la coesione sociale”. Così rispose il Sottosegretario Siri a chi gli chiedeva informazioni in merito.

L’opzione Lufthansa prevedeva poi il declassamento di Alitalia a compagnia regionale, costringendo così il Paese a rinunciare al mercato del Trasporto aereo nazionale con un impatto catastrofico su tutti gli scali regionali, su Fiumicino e su tutto l’indotto, compreso il turismo.

Sostanzialmente, per viaggiare in qualunque parte nel mondo, saremmo stati obbligati ad andare prima a Monaco o Francoforte. E allo stesso modo, chiunque dall’estero avesse voluto arrivare in Italia, avrebbe per forza dovuto fare scalo in Germania. Non solo.

Assorbire 4 mila esuberi significava pagare per almeno 10 anni ammortizzatori sociali da imputare alla Fiscalità Generale, a cui sommare i costi dei pre pensionamenti.

Per vedere il bicchiere mezzo pieno si considerava che Alitalia, pur in difficoltà, rappresentasse in qualche modo un ammortizzatore sociale adempiendo agli obiettivi di coesione sociale, sostenendo posti di lavoro, l’indotto e, non da ultimo, restituendo anche un po’ di soldi allo Stato grazie alle imposte sull’attività e il pagamento dei contributi ai dipendenti.

Dopo mesi di interlocuzioni e incontri la proposta di Siri, messa all’epoca sul tavolo di Conte e Di Maio, era il frutto di un lungo lavoro che aveva portato ad una bozza di progetto industriale di rilancio che vedeva coinvolta CDP per sostenere l’acquisto di 20 nuovi velivoli per il lungo raggio (ossia le rotte redditizie che sono state gradualmente depauperate).

Si trattava non di dare soldi, ma una garanzia alla Società di Leasing per l’operazione.

Cassa Depositi e Prestiti non sarebbe entrata nella Newco nella quale invece avrebbero dovuto partecipare tutti partner industriali nazionali tra cui: Trenitalia, affinché mettesse a punto un progetto di intermodalità nel quale i passeggeri intercontinentali, arrivando a Fiumicino, prendessero l’AV per destinazioni intermedie come Firenze, Bologna, Napoli.

I nuovi servizi passeggeri avrebbero potuto assorbire circa 1500 persone e l’investimento, si parlava di circa 400 milioni di euro, si sarebbe potuto recuperare in parte da un rafforzamento del contratto di programma di Ferrovie.

Anche l’eventuale cessione di servizi accessori, come la manutenzione, avrebbero potuto garantire un assorbimento di almeno altre 1500 unità.

A Poste fu chiesto di entrare con Mistral, la loro piccola compagnia Cargo, rafforzando così il potenziale logistico e l’offerta di servizi per Amazon e gli altri players e-commerce.

Mentre Eni sarebbe potuta entrare come partner offrendo condizioni finanziarie riservate ai partner sull’approvvigionamento carburante.

Anche ADR Aeroporti di Roma sarebbe stata della partita per assicurarsi l’Hub nella Capitale.

Il MEF avrebbe avuto la sua quota trasformando in partecipazione il primo prestito. Essendo una partecipazione minoritaria in un piano industriale da Bruxelles non si sarebbero opposti.

Oggi il problema è appesantito dal secondo prestito che però secondo alcuni esperti si potrebbe trasformare in buona parte a fondo perduto grazie ai ristori COVID.

Certo, ci vuole un Governo forte e coeso per realizzare un piano così ambizioso ma chissà che Draghi non riesca laddove Conte non aveva neppure iniziato. Perché se è vero che tutti i player chiamati in causa in questo piano sono quotati sul mercato, è altrettanto vero che lo Stato rappresenta il maggior azionista e che, esclusa Eni, per ciascuno di questi la partecipazione non si può negare che sia strategica al proprio business.