L’accordo di Parigi sul clima del 2015 raggiunto con il consenso di 195 paesi a livello mondiale, si pone come pietra miliare di un percorso iniziato nel 1992 con la prima Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale ha sollecitato anche l’Unione Europea nell’elaborare strategie capaci di affrontare gli impatti sul clima. Gli stessi contributi destinati al finanziamento di una giusta transizione green è aumentato negli ultimi anni in modo significativo sino al varo dell’attuale Recovery Fund, il piano di ripresa per uscire dalla crisi economica e sociale causata dalla pandemia, che prevede la somma del bilancio dell’Ue più considerevole di sempre mai stanziata per tale settore. Questo contesto ci offre dunque la possibilità di porre doverosa attenzione alla questione ambientale in Italia attraverso la voce del leader dell’ambientalismo sostenibile, il Prof. Vincenzo Pepe, fondatore del movimento ecologista europeo FareAmbiente.

Pepe, lei è il fondatore e il rappresentante in Italia dell’ambientalismo ragionevole da oltre 15 anni. In che cosa consiste?

“In base alla mia esperienza di professore universitario di diritto dell’ambiente ho constatato che in Italia esisteva un ambientalismo datato, post sessantottino, ideologico e fondamentalista che non si era evoluto come ad esempio quello europeo. Per questo motivo ho deciso di portare in Italia insieme ad altri giuristi dell’ambiente un pensiero diverso, quello dell’ambientalismo ragionevole, che sapesse coniugare lo sviluppo con la sostenibilità. Non serve negare lo sviluppo come afferma Serge Latouche secondo la teoria romantica della decrescita felice e confinare quindi l’Italia alla provincialità rispetto ad altri paesi. Abbiamo invece la necessità di affermare un nuovo modello di sviluppo e fondare un ambientalismo inteso come valore, come comportamento che va coniugato con il realismo e la responsabilità.”

Che significa secondo lei parlare di ambiente?

“Parlare di ambiente significa adottare un atteggiamento quotidiano che va declinato in rapporto a tutto ciò che circonda l’uomo come suggerisce la parola latina ambitus, cioè l’insieme degli elementi fisici, chimici, biologici e sociali di un sistema. Insomma l’ambiente, per me, è il valore primario intorno al quale ruotano tutti gli altri perché determina la qualità della vita, l’identità dei territori, il livello di tecnologia raggiunto da una comunità in un’ottica di sviluppo sostenibile. Non si può pensare che le risorse naturali siano qualcosa di infinito e illimitato bensì mezzi da utilizzare con razionalità nel tempo e nella quantità utile per il rinnovo delle risorse stesse. Anche Papa Francesco nell’enciclica “Laudato sì sulla cura della casa comune” suggerisce un’integrazione rispettosa dell’uomo con la natura, che valorizzi lo sviluppo in collaborazione con l’ambiente. La filosofia della crescita economica sostenibile presuppone infatti la valutazione del rischio come qualcosa di accettabile in relazione alle coordinate sociologiche e tecnologiche di un particolare contesto.”

Questa avversione iniziale all’ambientalismo ragionevole deriva dal fatto che dalla prima rivoluzione industriale in avanti l’uomo ha sempre sfruttato le risorse naturali senza curarsi della salvaguardia e della tutela dell’ambiente?

“Negli anni 60’ e 70’ quella paura poteva essere giustificata, mentre oggi le cose sono cambiate. Pensi allo stesso Patrick Moore che tra i fondatori di Greenpeace, si allontanò da quel pensiero fondamentalista perché inadeguato e troppo ideologico o ancora all’ambientalismo ragionevole europeo del francese Nicolas Hulot. Molto spesso assumere atteggiamenti radicali diventa controproducente per la stessa causa che si pensa di voler sostenere. Ci sono regioni italiane, ad esempio, che non hanno impiantistica per l’indifferenziata e attuano il c.d. turismo dei rifiuti che legittima una prassi fortemente criticabile per il trasporto e lo smaltimento in termovalorizzatori di altre regioni del Paese o all’estero, lasciando ampi spazi a fenomeni di illegalità.”

Come si può declinare l’ambientalismo sostenibile in chiave italiana? 

“Negli anni la prima battaglia vinta è stata quella che ci ha visti chiedere l’introduzione dell’educazione ambientale nelle scuole per educare appunto, attraverso la presa di coscienza di comportamenti adeguati, ad uno sviluppo compatibile con la sostenibilità e il benessere, cioè lo stare bene. Nella recente legge che ha reintrodotto l’educazione civica nelle scuole, c’è proprio una parte dedicata a questi aspetti sull’ambiente. Se ad esempio dobbiamo immettere delle acque reflue in un lago, c’è una sostenibilità, un livello da rispettare che non può essere superiore alla capacità di assorbimento di quello stesso alveo. O ancora, negli anni 30’ le leggi sui vincoli paesaggistici avevano una valenza puramente estetica, mentre oggi si parla di paesaggio culturale con una visione più ampia e complessa che include le opere migliorative apportate dall’uomo all’ambiente. Per comparare il differente approccio alla questione specifica, basti pensare a come i nostri cugini d’oltralpe hanno affrontato l’intervento infrastrutturale del TAV: nessuna ideologia ma adesione coerente ad un modello scientifico di equilibrio tra sostenibilità e rischio.”

Secondo lei, che ruolo dovrebbe avere l’Unione Europea rispetto alla Green Economy e al Green Deal Europeo?

“Ho spiegato la Green Economy e il ruolo che a mio parere dovrebbe avere l’Unione Europea in questo ambito, proprio lo scorso febbraio in una conferenza tenuta al Parlamento Europeo. Green Economy significa porre in essere tutte le attività umane nel rispetto, valorizzazione e promozione dell’ambiente. Pensiamo a tutte le bellezze paesaggistiche, naturalistiche e culturali del nostro Paese, ai borghi, alle identità, alle diversità di sapori, alla territorialità di moltissimi prodotti. Sviluppo, ambiente ed economia vanno di pari passo. Il programma e gli obiettivi dell’Europa si definiscono nella direzione di un cambiamento di visione e di economia, in funzione di uno sviluppo sostenibile delle risorse naturali e dell’ambiente circostante. Anche la questione della transizione energetica è fondamentale per la nostra economia che è ancora basata sulla produzione energetica derivante da fossile, altamente inquinante. Parlare di cambiamenti climatici sia in ambito pubblico che privato significa prevedere un cambio di strategia in favore del risparmio energetico, grazie ad un approvvigionamento sicuro, economicamente più accessibile e competitivo. Sarà pertanto inevitabile porre la giusta attenzione al rinnovabile, alla mobilità sostenibile, alla banchina elettrica, alla termovalorizzazione, tutti temi su cui dobbiamo recuperare terreno rispetto al passato per fondare una nuova conoscenza generale oltre che una coscienza allenata di comportamenti individuali virtuosi.”

Il Recovery Fund o Next GenerationEU è una risposta alla crisi economica e sociale causata dal covid. Il 30% dei fondi europei, la più alta percentuale di sempre per un bilancio Ue, sarà destinato alla lotta ai cambiamenti climatici. Questo cosa comporta?

“Le scelte di oggi condizioneranno le generazioni future e quindi serve un cambiamento vero che crei reddito, sviluppo, investimenti e occupazione perché l’ambiente è qualcosa di traversale. Bene l’ecobonus del 110% che consente la riconversione del patrimonio edilizio vetusto con l’intento di riattivare il tessuto economico nel rispetto dell’ambiente. Ritengo che in Italia sia necessaria una rivoluzione green che cambi i nostri comportamenti e la prospettiva con cui vediamo le cose. Pensiamo alla questione infrastrutture, al ponte sullo stretto ad esempio, che procurerebbe enormi vantaggi di impatto ambientale rispetto ai versamenti di rifiuti in acqua delle navi che ogni giorno percorrono quel tratto di mare tra Messina e Reggio Calabria. Dobbiamo tutelare, valorizzare e promuovere non solo la natura intesa come flora e fauna ma la diversità dei territori, delle lingue, dei dialetti, delle tradizioni, delle mani che trasformano il prodotto della terra. Tutto il nostro grande patrimonio ambientale e culturale che insieme alle differenze dei territori costituiscono l’identità e il cuore del nostro Paese. Ci vuole realismo, ragionevolezza e non fondamentalismo alla Latouche.”

A proposito, altra importante questione è quella dei termovalorizzatori.

“La gestione dei rifiuti parte dal concetto della raccolta differenziata che va considerata virtuosa in quei comuni in cui raggiunge il 70-80%. Il restante indifferenziato ha tre possibili destinazioni: la discarica che l’Europa vieta è la soluzione più obsoleta, la più negativa e dannosa, poi c’è la via di mezzo dell’impiantistica con i termovalorizzatori delle migliori tecnologie disponibili che costituisce il rischio minore e infine la terza, che prevede il trasporto dei rifiuti all’estero con tutte le conseguenze che questa soluzione comporta. Il rischio zero non esiste. Il rifiuto è anche ricchezza e non necessariamente un costo sociale: se si fa bene la differenziata si possono vendere vari materiali come il ferro e il compost oltre all’energia prodotta negli impianti di trasformazione, come già accade ad Amsterdam o a Copenaghen.”

Quali sono gli obiettivi di FareAmbiente per il prossimo futuro?

“In Italia siamo ancora troppo provinciali sugli aspetti dell’ambientalismo, per questo continuerò a battermi. C’è urgenza di maggiore educazione ed esigenza di un nuovo modello di crescita sostenibile che l’Europa stessa ci indica come fondamento di una società green del futuro.”