Rilasciare il green pass soltanto dopo il completamento del ciclo vaccinale e potenziare la campagna — soprattutto per gli over 60 — anche identificando attraverso il sistema sanitario nazionale chi non ha ancora ricevuto l’immunizzazione. Sono questi i punti strategici del documento che il Comitato tecnico-scientifico consegnerà al governo nelle prossime ore, in vista dell’approvazione del decreto che renderà obbligatoria la certificazione verde per accedere in tutti i luoghi a rischio assembramento. Il verbale messo a punto dopo la riunione di venerdì scorso, che ha esaminato il monitoraggio settimanale, contiene «l’allerta per l’evidente incremento dei casi dovuti alla variante Delta, connotata da maggior contagiosità e capacità d’indurre manifestazioni anche gravi o fatali in soggetti non vaccinati o che hanno ricevuto una sola dose di vaccino» e suggerisce tutte le possibili soluzioni proprio per fermare la risalita della curva epidemiologica. Inserendo tra le priorità «il tracciamento di tutti i casi e il loro sequenziamento» proprio per isolare i positivi e rintracciare i contatti.

La cabina di regia del governo che si riunirà entro mercoledì servirà a stilare la lista dei luoghi dove il green pass diventerà obbligatorio. E sembra ormai scontato che oltre a stadi, palestre, eventi, concerti, luoghi dello spettacolo, treni, aerei e navi, l’elenco includerà anche le discoteche con capienza al 50% e i ristoranti al chiuso.

Ma per Salvini il green pass è troppo rigido.  « La variante Delta è contagiosa, rapida, non intasa però ospedali – dice a Repubblica -. Infatti in Inghilterra tolgono le restrizioni. Ho appena fatto una riunione in Zoom con Giorgetti, i capigruppo di Camera e Senato, Luca Coletto che segue la sanità, presidenti di Regioni ed enti locali. E la cabina di regia è questa: far di tutto per arrivare alla piena vaccinazione dai 60 anni in su. Perché i dati dicono che l’85 per cento dei deceduti ha più di 70  anni. E sotto i 60, il tasso di mortalità è inferiore all’1 per cento». Niente vaccino per i giovani? «Mettiamo in sicurezza dai 60 in su, da 40 a 59 scelgano, per i giovani non serve. Per di più, se vogliamo il Green Pass per tutti, al momento finiremmo a ottobre, facendo saltare la stagione e le vacanze. Sarebbe devastante. E inutile. Per andare a San Siro, con 50 mila, o a concerti da 40 mila il Green Pass ha senso, ma sui treni pendolari no, per mangiare la pizza no».

Interviene sul tema anche il senatore della Lega, Armando Siri: “Oggi le terapie intensive per fortuna sono vuote e parlare semplicemente di tasso di positività non ha alcun senso – scrive su Facebook -. Milioni di persone sono ‘positive’ a svariati virus che in presenza di gravi comorbilità potrebbero risultare fatali tanto quanto un’influenza. Se ci mettessimo a contarli tutti non vivremmo più”, aggiunge. “Non esiste alcuna emergenza che possa giustificare il restringimento del perimetro delle libertà individuali e un’ulteriore penalizzazione delle attività economiche che con estrema fatica stanno cercando di ripartire. Si cambino i parametri per la definizione di ’emergenza’ sanitaria e si ritorni alla salute… mentale”.

Fisco, i progetti del Governo

I prossimi giorni sveleranno i progetti del Governo sul nuovo Fisco, una delle «riforme di accompagnamento» previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Entro fine mese, salvo sorprese, verrà approvato il disegno di legge delega per riordinare alcuni aspetti del sistema tributario, a partire dall’Irpef e con possibili affacci su ulteriori ambiti della fiscalità nazionale. Nella definizione dei principi del Ddl delega, il Governo terrà in considerazione il documento conclusivo dell’«Indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef e altri aspetti del sistema tributario», approvato il 30 giugno dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato con il voto favorevole di tutti i partiti, eccetto l’astensione di Leu e il voto contrario di Fratelli d’Italia. La scrittura della riforma vera e propria richiederà più tempo. E le proposte arriveranno da una Commissione di esperti, che il Governo nominerà.

Difficile immaginare che le nuove norme possano entrare in vigore già nel 2022, almeno non nella loro interezza. Secondo l’economista Salvatore Bragantini però il parlamento ha rinunciato ad occuparsi del fisco: “Viste le innumerevoli modifiche portate nel tempo alle leggi fiscali (spesso per compiacere anche minime platee) le Commissioni parlamentari per la riforma fiscale avrebbero dovuto fissare le basi di una coerente riforma. Esse hanno purtroppo trascurato gli obiettivi e cercato comunque l’unanimità, scordando che il fisco serve a finanziare la macchina statale, dati i vincoli di finanza pubblica. Non a caso, in tema fiscale non è ammesso il referendum. Le Commissioni avevano un compito solenne cui han rinunciato, per contentare tutti chiedendo di ridurre la pressione fiscale nonostante il fardello del debito. Perciò hanno ignorato temi caldi da decenni, come l’indispensabile riforma del Catasto o il trattamento dei proventi immobiliari e finanziari”.

Lavoro, nodo licenziamenti

Il governo studia un sistema di regole che impedisca alle aziende di chiudere dall’oggi al domani per delocalizzare, abbandonando i lavoratori al loro destino senza nemmeno sedersi a un tavolo con le istituzioni. Ma intanto i sindacati danno inizio a due settimane di scioperi e proteste. Fiom, Fim e Uilm hanno indetto due ore di sciopero che ogni Rsu aziendale potrà scegliere di fare quando ritiene opportuno da qui a fine luglio.

Mentre nelle città colpite dai licenziamenti ci saranno anche cortei e manifestazioni. Oggi a Firenze interverranno i sindacati nazionali per la protesta indetta da Cgil, Cisl e Uil a sostegno dei 422 dipendenti licenziati dalla Gkn di Campi Bisenzio: per la Fiom arriverà la segretaria generale Francesca Re David. Il ministero dello Sviluppo economico Giorgetti sta studiando un sistema di regole che rendano più complicato chiudere e delocalizzare.

In ogni caso per i lavoratori licenziati, adesso, e per altre vertenze che potrebbero sorgere da qui ai prossimi mesi, diventa fondamentale poter contare su un percorso “universale” di ammortizzatori sociali e formazione. Sul tema della riforma degli ammortizzatori sociali interviene sulle colonne di Repubblica il sottosegretario leghista all’Economia Durigon, secondo il quale la riforma degli ammortizzatori sociali passa per la formazione e le politiche attive. E non solo per le misure, ma anche per le risorse economiche. «Non deve diventare l’ennesimo assegno di sostentamento per chi perde il lavoro», afferma. E sugli ammortizzatori sociali universali dice: «Si stanno valutando le varie ipotesi e si sta quantificando. Se si estendono finalmente gli ammortizzatori anche alle aziende più piccole e alle partive Iva, che sono diventate moltissime dopo il decreto Dignità, la riforma ci costerebbe dai 6 agli 8 miliardi. Un miliardo e mezzo arriva dalla sospensione del cashback, che andrà riformulato per il 2022, e limitato ai settori e alle categorie di persone che non hanno ancora la cultura dei pagamenti elettronici. Si tratta quindi di trovare 4-5 miliardi: mi sento di dire che possono essere reperiti nei meandri della legge di Bilancio, soprattutto se gli ammortizzatori smettono di essere un sussidio e diventano una dote per il lavoratore, come avviene per esempio in Lombardia».