“La Lega è stata il partito più colpito da una stagione di dossieraggi e di attacchi costruiti fuori dai tribunali”. Commenta così Matteo Salvini, segretario del Carroccio, vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, la vicenda ribattezzata “Dossieropoli”, alla luce delle conclusioni contenute nella relazione della Commissione parlamentare Antimafia. Il documento ha ricostruito il funzionamento del cosiddetto “sistema Striano”, un meccanismo che avrebbe alimentato la diffusione di informazioni riservate e atti secretati al di fuori dei canali giudiziari.
Secondo quanto emerso, in momenti cruciali della vita democratica del Paese sarebbero stati divulgati dati provenienti da accessi illegittimi, documenti secretati e informazioni riservate, finiti sulle pagine di una parte della stampa ritenuta compiacente, con l’obiettivo di costruire scoop mediatici e colpire esponenti politici e apparati dello Stato.
Un sistema che più di tutti avrebbe colpito proprio la Lega, finita nel mirino per presunti finanziamenti esteri e oggetto di ripetute campagne di delegittimazione condotte contro dirigenti e collaboratori.
Gli accertamenti condotti dalla Procura di Perugia indicano tra le vittime del tritacarne mediatico, senza esiti sul piano penale, l’ideologo del partito Armando Siri, il tesoriere Alberto Di Rubba e Luca Morisi, ex responsabile della comunicazione leghista. Nomi che il leader del Carroccio cita come esempi emblematici di una strategia mirata a colpire l’avversario politico.
Ora, però, secondo Salvini la fase delle ricostruzioni non è più sufficiente. “Bisogna risalire ai mandanti”, dice, ribadendo la necessità di una riforma profonda della giustizia per evitare il ripetersi di episodi simili.
Se il grado di civiltà di un Paese si misura anche dal funzionamento del suo sistema giudiziario, sicuramente sul tema c’è ancora molta strada da fare. E con la data del referendum fissata per marzo, chissà che non possa essere davvero la volta buona.










