Questo particolare momento storico ha svelato in modo evidente tutte le fragilità dell’economia italiana già presenti prima che si diffondesse la pandemia a livello globale. Il calo del PIL di quasi 9 punti nel 2020, le continue proroghe dello stato di emergenza, la paura, l’assenza di prospettive, le difficoltà di programmazione, l’inquietudine nel vivere questa condizione di incertezza e la scarsa fiducia nel futuro, impongono l’elaborazione di un piano strategico efficace che inverta quel fenomeno, in atto da tempo, di generale impoverimento del tessuto economico e sociale italiano. L’osservazione di queste dinamiche ci è stata restituita con analisi puntuale dal Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo. Da una lettura dei dati sul 2020 e in particolare dal rapporto pubblicato pochi giorni fa sulle imprese e la crisi generata dal Covid-19, si è delineato il profilo di un Paese in sofferenza. Oltre al settore produttivo, della ristorazione, del commercio, del turismo e degli autonomi, sono i giovani e le donne i più penalizzati.

Leggere i dati e capirli permette di avere gli strumenti adeguati per attuare misure correttive di sviluppo e crescita che servono con urgenza al Paese.

Presidente Blangiardo, il PIL italiano si è attestato ad un -8,9% nel 2020 con una risalita del +4% per il 2021. Previsioni al ribasso rispetto a precedenti stime più ottimistiche. Cosa ci restituiscono i dati nel merito?

“I dati ci danno la dimensione della caduta e mettono in evidenza quanto sia stata importante. Il problema esiste, è ragionevole pensare che ci sia un rimbalzo nel 2021, ma la situazione è a rischio sotto molti punti di vista. In questi casi avere buone statistiche ci consente di monitorare correttamente la dinamica e ci fa capire gli effetti derivanti dalle azioni introdotte a contrasto degli andamenti negativi.”

Sul fronte occupazione?

“C’è stata una forte caduta del numero di occupati nella prima fase e quasi immediatamente si è attivato un processo di scoraggiamento verso la stessa ricerca di lavoro, proprio perché la situazione era percepita da tutti come problematica. Dopo un’attenuazione nel periodo intermedio, si è tornati ad una condizione assai difficile negli ultimi tempi, soprattutto per le categorie non sostenute, come ad esempio i giovani lavoratori con contratti temporanei, che in questa situazione contingente si sono visti molto penalizzati.”

Aumenta quindi la fragilità sociale, economica e psicologica di certe categorie?

“I dati sul mercato del lavoro documentano come certe categorie siano state particolarmente penalizzate. Pensiamo, ad esempio, ai giovani – di cui si è detto – ma anche alle donne e a tutte quelle persone in età “matura” che, una volta uscite dal mercato, non vi sono più rientrate. La crisi legata al Covid-19 ha colpito la ristorazione, il commercio, il lavoro domestico, i servizi, tutte attività in cui la manodopera spesso era femminile, giovane e meno radicata dal punto di vista contrattuale. È inoltre verosimile supporre che di fronte alle difficoltà e alle incertezze di questo particolare periodo storico, si intacchino anche gli aspetti psicologici delle persone. Stiamo attraversando una situazione di grande fragilità che va necessariamente affrontata e adeguatamente contrastata. Non dimentichiamo che è a rischio la qualità della vita di un gran numero di cittadini.”

L’agenda di Lisbona del 2000 aveva fissato il raggiungimento del 60% come tasso di occupazione femminile desiderato a livello europeo, un obiettivo ancora molto lontano, soprattutto in Italia.

Che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sia una grande risorsa, in parte inutilizzata, è un dato di fatto. Tuttavia è difficile avere riscontri oggettivi, anche solo di indirizzo, verso tale obiettivo. Non valorizzare una risorsa importante, su cui si è largamente investito in formazione, è penalizzante per il sistema paese e ha molteplici conseguenze drammatiche. Le donne nel sistema scolastico hanno eccellenti risultati che andrebbero valorizzati. Tra i numerosi problemi, il più rilevante è certamente quello della conciliazione tra maternità e lavoro che mette in luce, ancora una volta, anche la questione demografica. Il bilancio della natalità del 2020 è una vera incognita. Se nel 2019 abbiamo avuto 420.000 nati, il valore più basso di sempre, quello del 2020 si attende ulteriormente al ribasso. Una cosa impensabile in un Paese di 60 milioni di abitanti e probabilmente anche le stime del 2021 restituiranno trend negativi.”

La situazione economica e demografica italiana, se comparata rispetto ad altri stati europei, si presenta dunque allarmante.

“L’Istat nel sistema Eurostat fornisce i dati italiani e consente una comparazione con altri stati europei sotto diversi punti di vista, economico, demografico e sociale, così da cogliere i livelli di variabilità.

Esistono alcune differenze. L’Italia, ad esempio, nella valorizzazione della componente femminile nel mondo del lavoro e nelle modalità della conciliazione, è fortemente in ritardo rispetto al sistema europeo e ciò dovrebbe stimolarci ad intervenire per attenuare questa distanza.”

Torniamo alla questione PIL e all’ulteriore dato negativo delle vendite al dettaglio di novembre 2020 che registra un -6,9%.

“Il dato statistico chiarifica la dimensione del fenomeno, la variazione è importante. È indice di un’economia molto fragile ed esposta al di là del settore alimentare, che invece ha tenuto. Il fatto che da un mese all’altro ci siano stati tentativi di ripresa, o quantomeno di tenuta, che però sono poi andati subito peggiorando, è un brutto segnale perché non dà garanzie di continuità e regolarità nel segno della ripresa.”

Come hanno reagito le imprese alla crisi?

“L’Istat in due momenti distinti del 2020, ha fatto approfondimenti su un campione rappresentativo di tutte le imprese con almeno tre addetti a livello nazionale. Stiamo parlando di circa un milione di imprese con oltre 12 milioni di addetti, che rappresenta quasi il 90% del valore aggiunto e circa tre quarti dell’occupazione complessiva delle imprese industriali e dei servizi (non del commercio). Abbiamo analizzato come le imprese abbiano reagito alla crisi e quali strategie siano state adottate in relazione al finanziamento, agli investimenti, alle tecnologie, al lavoro a distanza, con attenzione alle novità indotte dalla pandemia. Ciò costituisce una sorta di laboratorio che potrà dare opportunità di maggiore sfruttamento anche in condizioni di normalità.

Cosa ha evidenziato l’indagine?

L’indagine ha evidenziato cinque categorie di imprese: le statiche in crisi sono il 28,6% del totale (hanno subito pesantemente l’impatto dell’emergenza sanitaria), le statiche resilienti il 35,5% (non hanno messo in atto strategie perché non hanno subito effetti negativi), le proattive in sofferenza il 10,7% (duramente colpite ma hanno intrapreso strategie strutturali di reazione), le proattive in espansione il 19,4% (colpite lievemente e non hanno alterato il proprio sentiero di sviluppo) e le proattive avanzate il 5,8% (colpite in maniera variabile ma hanno aumentato gli investimenti nel 2020).”

Un terzo delle imprese ha quindi seri problemi operativi.

“La categoria più duramente colpita è quella delle imprese statiche in crisi che rappresenta il 15,2% degli addetti e circa l’8,5% del valore aggiunto, mentre le statiche resilienti impiegano 3 milioni di addetti e generano il 20% di valore aggiunto complessivo.

Anche se il sistema economico nel settore industriale e dei servizi ha saputo reagire sul fronte della produzione (non della distribuzione e del commercio), esiste pur sempre una componente più debole, pari a un terzo delle imprese, che è stata fortemente colpita soprattutto per le difficoltà di accesso al credito e presenta seri problemi operativi. Le imprese che ritengono di avere la propria attività esposta a rischi hanno evidenziato la compresenza di rilevanti fattori di crisi come la diminuzione del fatturato tra giugno e ottobre 2020, la previsione di riduzione di fatturato tra dicembre 2020 e febbraio 2021 e di una crisi seria di liquidità nella prima metà del 2021.

Ciò significa che a fine 2020 quasi due terzi delle imprese italiane con almeno tre addetti risultava ancora priva di un chiaro quadro strategico di reazione alla crisi e di sviluppo di medio lungo periodo, come rileva l’indagine Istat.”

Questa incertezza generale non aiuta la programmazione del futuro, soprattutto per i giovani.

“Il mercato del lavoro ha visto aumentare i problemi del precariato, che vede maggioritaria la componente dei giovani. Questo fa sì che non ci sia l’assorbimento da parte di coloro che escono con un buon livello di formazione. In passato c’era almeno una valvola di sfogo, forse elitaria o quanto meno selettiva, che tuttavia permetteva l’affermazione personale grazie a un percorso migratorio verso l’estero. È chiaro che la pandemia, cui si è aggiunta la Brexit, ha bloccato questo tipo di flussi. Le limitazioni agli spostamenti causate dall’emergenza sanitaria hanno ulteriormente aggravato il divario anche tra le diverse zone del Paese.

La ricerca di una collocazione lavorativa interna è sempre più difficile da ottenere e crea situazioni di fragilità psicologica, non tanto di sopravvivenza, dal momento che la rete familiare consente comunque al giovane disoccupato di esprimere discreti livelli di consumo. Resta il fatto che, a fronte di un investimento sul proprio futuro, ogni giovane si aspetterebbe di avere quel ritorno, in primo luogo sul piano occupazionale, che in realtà non c’è.

D’altra parte l’orologio biologico non si ferma, mentre aumentano le incertezze per la mancanza di lavoro, di autonomia, di affermazione e la possibilità di creazione di un proprio nucleo familiare. Siamo in presenza di un sistema paese in cui le diverse componenti interagiscono, le difficoltà di un comparto si trasmettono ad un altro, coinvolgendo settori differenti.

Una via d’uscita ci sarà, ma è evidente che risulta difficile vederla allo stato attuale, mentre andrebbe tempestivamente identificata e perseguita.”

Quali sono le professioni più ricercate?

“Emerge indirettamente dai dati sull’occupazione quanto certe formazioni permettano un migliore inserimento nel mondo del lavoro, come ad esempio le lauree nelle discipline scientifico-tecnologiche che sono sempre state una garanzia di attività professionali richieste.

Alcuni settori hanno tenuto perché sono funzionali al sistema e alla situazione che stiamo vivendo o si collocano comunque in un processo di naturale e inevitabile crescita legata al progresso. Qui le posizioni lavorative ci sono e verosimilmente ci saranno.

Viceversa, l’area manifatturiera di massa, che subisce la concorrenza estera, era in crisi prima, lo è oggi ancor di più e forse non ha una grande prospettiva, né può offrirla sul piano occupazionale.”

Altro dato significativo e impattante anche a livello demografico è il forte calo dei matrimoni.

“Nei primi sette mesi del 2020 il dato dei matrimoni si attesta intorno ai 40.000 e rispetto agli stessi mesi del 2019 in cui erano circa 100.000, ora siamo al 40%.

C’è stato un crollo, se non addirittura la scomparsa, dei matrimoni religiosi soprattutto al sud e nelle isole e un dimezzamento di quelli civili.

Ne segue che, se è vero che dei 420.000 nati del 2019, circa 200.000 erano i primogeniti, di fronte a un così forte rallentamento del processo di formazione di nuove famiglie, è naturale immaginare che ci troveremo in presenza di un’ulteriore caduta del numero di nascite indotta anche da questo: un fenomeno al quale al momento non si è posta sufficiente attenzione. Anche questo fattore sarà determinante nel disegnare gli scenari futuri della natalità e si aggiungerà alle difficoltà economiche più generali del sistema paese.”

Analizziamo i dati sui decessi, facendo chiarezza senza allarmismo.

“Il 30 dicembre 2020 in un Report realizzato congiuntamente, l’Istat ha reso pubblici i dati sulla mortalità nei primi undici mesi e l’Istituto Superiore Sanità (ISS) ha fornito quelli sull’epidemia.

Il bilancio da gennaio a novembre del 2020 è di 664.623 morti. Considerando che il mese di gennaio 2020 ha avuto una mortalità minore se confrontato alla media statistica del 2015-2109, possiamo dire che l’eccesso di mortalità del periodo febbraio-novembre 2020 è stato di circa 84.000 morti rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. Se confrontassimo i morti del 2019 che sono stati 634.000, con quelli del 2020, verosimilmente attorno a 715.000 nel conteggio finale, avremmo un aumento stimabile di circa 80.000 decessi. È evidente che il picco nel 2020 c’è stato, ed è stato importante, ma non è un caso isolato nella storia. Ad esempio, il 2015 aveva visto un picco di 50.000 morti in più rispetto al 2014.

Qual è dunque la diagnosi al capezzale del Paese?

“In estrema sintesi, se guardiamo ai dati con obiettività e senza l’enfasi che spesso i media utilizzano, i numeri ci dicono chiaramente come l’economia e la demografia siano i due grandi fronti critici del sistema paese. Due ambiti, già problematici prima del Covid-19, rispetto ai quali la pandemia ha reso decisamente difficile ogni azione per invertire le tendenze in atto. Eppure è in questa direzione che ci si deve attivare, e occorre anche farlo con immediatezza, se non si vuole rischiare un grave scadimento della qualità della vita, nostra e delle future generazioni.