Tensioni nella maggioranza per le regole sull’estate, convocato per questa mattina un tavolo tecnico. Le Regioni spingono per le riaperture e attaccano il ministro Speranza. Lo scontro è sul limite fissato delle quattro persone a tavola nei ristoranti, anche nelle zone bianche. L’ipotesi è che la regola possa essere ammorbidita e applicata solo per i tavoli al chiuso.

Da oggi intanto prenotazioni per tutti per i vaccini, ma in ordine sparso. Le Regioni che lo vogliono possono aprire alle prenotazioni senza seguire più categorie, quindi anche per i giovani, e anche dare dosi alle aziende per organizzare somministrazioni ai lavoratori. Un’idea di quanto i ragazzi vogliano vaccinarsi l’hanno avuta ieri a Bologna dove all’open day per i maggiorenni c’è stato un assalto. Alcune regioni hanno deciso di coinvolgere da subito anche i ragazzi dai 12 a 15 anni, che possono ricevere Pfizer. Il ministro alla Salute Roberto Speranza e pure il commissario straordinario Francesco Figliuolo avevano detto che i più giovani avrebbero ricevuto la somministrazione negli studi dei pediatri o dai medici di famiglia. Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Calabria però già da oggi permetteranno la prenotazione a coloro che rientrano in quella fascia di età per indirizzarli in buona parte negli hub regionali. Ci sono poi realtà che apriranno da subito a tutti, come fa la Sicilia, e altre che invece vanno avanti per classi di età, come il Lazio.

Dl Reclutamento, i nodi da sciogliere

L’intenzione del governo era di approvare oggi il decreto legge Reclutamento, quello cioè sulle assunzioni per realizzare il Recovery plan (Pnrr). Ma le tensioni tra vari ministeri (Transizione digitale, Istruzione, Transizione ecologica, Beni culturali, Infrastrutture), che premono per centinaia di assunzioni fuori dal Pnrr, e il Tesoro, hanno costretto il premier Mario Draghi a ricorrere a una «cabina di regia» con i ministri interessati, questa mattina, per sciogliere i nodi. Non è escluso che il decreto reclutamento possa finire diviso in due. Uno da approvare subito, l’altro più avanti.

Una soluzione che viene valutata in queste ore per superare lo stallo sulle assunzioni previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e che permetterebbe al presidente del Consiglio Mario Draghi di chiudere il pacchetto delle norme necessarie a mettere in funzione la macchina del Recovery plan. Dei tre decreti previsti, infatti, due – Semplificazioni e Governance – sono stati approvati come da cronoprogramma entro il 31 maggio. Il terzo ancora no. A causare questi ritardi non sarebbero soltanto intoppi di natura tecnica, ma anche una neanche troppo latente tensione tra il ministero dell’Economia e i diversi livelli dirigenziali dei ministeri, preoccupati dallo strapotere che, sul fronte del monitoraggio finanziario dei progetti del Recovery plan, acquisterà la Ragioneria generale. Da qui un certo nervosismo percepito in Brunetta e rivolto al pantano della burocrazia ministeriale e della tecnostruttura.

Conti pubblici e Occupazione, l’Ue chiede politiche di bilancio prudenti

L’Unione europea prolunga come annunciato fino al 2023 lo stop al patto di stabilità ma invita i singoli Paesi, ora che l’emergenza pandemica sembra lasciar spazio a un progressivo ritorno alla normalità, a tornare a politiche di bilancio prudenti. Invito che riguarda in particolar modo i Paesi con gli squilibri macroeconomici più accentuati e che vede tra loro anche l’Italia. Il limitato spazio per la riduzione del debito non deve compromettere la politica di investimenti. E per l’Italia la fine dell’emergenza Covid vuol dire una politica di bilancio prudente nel medio termine, quando le condizioni dell’economia lo permetteranno. Perché, come ha spiegato il commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni, «la sospensione delle regole non significa che non ci debba essere grande attenzione a evitare l’accumulo di una maggiore spesa corrente, con conseguenze permanenti sui bilanci dei Paesi più indebitati e tra questi l’Italia».

Sull’occupazione la Commissione osserva che l’Italia è stato l’unico Paese Ue che ha introdotto un divieto universale di licenziamento all’inizio della crisi. Si tratta di una misura, per Bruxelles, che «avvantaggia per lo più gli “insider”, cioè i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, a scapito dei lavoratori interinali e stagionali». Inoltre, un confronto con l’evoluzione del mercato del lavoro in altri Stati membri, che non hanno introdotto questa misura, «suggerisce che il divieto di licenziamento non è stato particolarmente efficace e si è rivelato superfluo in considerazione dell’ampio ricorso a sistemi di mantenimento del posto di lavoro». In conferenza stampa il commissario al Lavoro Nicolas Schmit ha indicato come via preferibile quella di «passare a un mercato del lavoro più attivo» puntando sulla «riqualificazione delle competenze»: «Non si può congelare per un lungo periodo il mercato del lavoro — ha detto —. Ma si deve facilitare la transizione».