L’Italia, il primo paese occidentale colpito dalla pandemia Covid-19, ha chiuso il 2020 con una caduta del prodotto interno lordo del 8,8% (-8,9% nella media dei dati trimestrali corretti per i giorni lavorativi). Una perdita di reddito nazionale senza precedenti nella storia recente che poteva essere ancor peggiore se non ci fosse stata la sostanziale tenuta dell’industria e della manifattura. Nell’ultimo trimestre il calo del Pil è stato del 2% su basi congiunturali, una variazione migliore delle attese ma che ha determinato un ampliamento del calo tendenziale da -5,1% del trimestre precedente a -6,6%.
L’Istat ha collegato la nuova contrazione dell’economia, dopo il rimbalzo estivo del 16%, alle nuove misure di contenimento dell’emergenza sanitaria decise dal governo e al netto peggioramento della congiuntura dei servizi. Secondo l’Eurostat, l’area euro cala del 6,8% in tutto l’anno e dello 0,7% nell’ultimo trimestre.
Certamente non gioca a favore del bel Paese la crisi politica in atto e soprattutto la possibilità di un governo “non governo” che non possa garantire stabilità all’Italia. Il Paese civile vive una transizione drammatica, mentre l’esecutivo si trasforma e ritrasforma in continuazione.
C’è un’altra considerazione altrettanto importante. Bisogna scrivere meglio il Recovery plan e presentarlo definitivo a Bruxelles entro inizio maggio. La data della scadenza ultima, in effetti. Ma pochi a Roma sembrano aver capito che, se si aspetta fino ad allora, l’Italia rischia di perdere accesso all’acconto di 26 miliardi previsto in pagamento già quest’anno. Se l’intera operazione di raccolta di fondi sul mercato per il Recovery partisse solo a estate inoltrata – come è probabile – la Commissione rischierebbe di non poter raccogliere risorse sufficienti per versare gli acconti a tutti i governi entro il 2021. A quel punto gli esecutivi che hanno presentato i piani per ultimi finirebbero in fondo alla coda anche nel ricevere i bonifici.
Soldi che, oltretutto, non sembrano bastare – da soli – per rimettere in moto il Paese. Per l’Italia e per l’Europa, quel progetto è allo stesso tempo straordinario e insufficiente. Il fatto che sia innovativo non comporta, automaticamente, che compensi l’entità del danno inferto dalla pandemia. Nulla è scontato, visto il profondo ritardo negli investimenti pubblici accumulato dall’Italia negli ultimi vent’anni. Motivo per il quale bisognerebbe fare presto. Almeno ora.










