“La sera prima di licenziare tutti e 30 i miei dipendenti, ho sognato che i miei figli stavano morendo, sepolti vivi dalle macerie, mentre io continuavo a scavare nel posto sbagliato, a qualche metro di distanza da dove stavano soffocando. Mi sono girata e ho visto il tallone del calzino blu del più piccolo che sbucava dalla terra nera. Ormai, però, era troppo tardi. Prune, il mio ristorante di Manatthan, avrebbe chiuso i battenti alle 23:59 del 15 marzo. Avevo un solo elemento su cui basarmi: il saldo del conto corrente”. Le parole di Gabrielle Hamilton, chef di un ristorante newyorkese, al New York Times sono forti e molto toccanti. Sono le parole di un imprenditore come tanti che in questo momento stanno vivendo questa pandemia, peggio di altri. E sono parole che raccontano quanto sta succedendo a molti di loro, anche in Italia.

Corriere della Sera Economia ha raccontato la storia di alcuni di loro.  A Milano, ad esempio, ha chiuso lo storico Paper Moon a pochi passi da Piazza San Babila aperto nel ‘77 da Pio Galligani e dalla moglie Enrica del Rosso. Poi è stata la volta di Filippo La Mantia con la chiusura di «Oste e cuoco» di piazza Risorgimento e poi ancora di «Attimi» di Heinz Beck che aveva scommesso sulla zona di City Life ma che, con il prolungamento dello smart working e gli uffici semi deserti, ha deciso di chiudere definitivamente. Tutti locali glamour che un tempo facevano il “tutto esaurito”.

Secondo l’Osservatorio permanente sull’andamento dei consumi elaborato da Confimprese-Ey, a pagare maggiormente lo scotto della pandemia è stato il settore della ristorazione. Nel mese di dicembre la ristorazione ha registrato un crollo del 66,8% rispetto al mese precedente e -46,8% sull’intero anno. Peggio hanno fatto solo i viaggi con il travel a -67,2% a dicembre e -59,7% in tutto l’anno.

Secondo la Federazione italiana dei pubblici esercizi nei primi nove mesi del 2020 la ristorazione ha perso 23,4 miliardi di euro. E solo nell’ultimo trimestre dell’anno la contrazione del fatturato è stata del 16,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Una situazione che è evidente plasticamente se si decide di fare un giro nelle strade delle nostre città: saracinesche chiuse, tavolini impilati, sedie raccolte, ingressi sbarrati.

Gli ultimi dati Istat, relativi ad un’indagine campionaria molto ampia (riferita ad un universo di 1.019.786 imprese di 3 e più addetti che operano nel settore dell’industria e dei servizi) effettuata tra ottobre e novembre, parlano di 73.000 imprese chiuse, circa il 7,2% del totale. E le stime che arrivano dalle associazioni di imprenditori vedono nero anche nel 2021: Confcommercio parla di chiusura definitiva di oltre 390 mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato, fenomeno non compensato da nuove aperture, per cui la riduzione del tessuto produttivo nei settori considerati ammonterebbe a quasi 305mila imprese (-11,3%). Di queste, 240mila, esclusivamente a causa della pandemia.