L’uscita di Domenico Arcuri segna uno spartiacque nel segno del completo cambio di passo di Draghi sia nel nuovo governo che nella gestione dell’emergenza Covid. Un simbolo, oltre che un rinnovamento vero e proprio. Le parole per la sua uscita sono affidate ad una nota ufficiale di Palazzo Chigi: “A Domenico Arcuri i ringraziamenti del governo per l’impegno e lo spirito di dedizione con cui ha svolto il compito a lui affidato in un momento di particolare emergenza per il Paese”. Così il commissario straordinario all’emergenza Covid, dopo quasi un anno (fu nominato dall’allora premier Giuseppe Conte il 17 marzo 2020), è diventato “ex”. Al suo posto viene nominato il generale di corpo d’armata Francesco Paolo Figliuolo. L’annuncio è arrivato ieri dopo un colloquio durato circa una mezz’ora con il presidente del Consiglio Mario Draghi a Palazzo Chigi, dove Domenico Arcuri era arrivato intorno alle 14. Un incontro rapido, freddo, definitivo. Arcuri ha dovuto inviare una lettera di dimissioni. Per prassi istituzionale. Nominato per decreto, il commissario straordinario può infatti essere sostituito solo con un altro decreto. Oppure, appunto, con un passo indietro “volontario”. Arcuri torna in ufficio e spedisce la missiva. Si apre così, con una tempistica che brucia ogni previsione, l’era del generale Figliuolo, che dice a caldo: “Lavorerò per la nostra patria e per i nostri connazionali. Metterò tutto me stesso e tutto l’impegno possibile per fronteggiare questa pandemia”.
Una “battaglia” vinta dalla destra, in particolare da Matteo Salvini, che da giorni invocava un cambio di passo concreto per ridare linfa alla gestione della campagna vaccinale, troppo in ritardo. A prendersene un po’ i meriti, come per molte altre “battaglie”, ci pensa Matteo Renzi: “Sono molto felice – dice il leader di Iv in un’intervista a Il Giornale – che una delle nostre battaglie storiche, cioè quella di rimuovere Arcuri e sostituirlo con le professionalità dell’Esercito, sia stata fatta propria da Draghi. Il motivo c’era. Giudico uno scandalo, ad esempio, che ci siano più di un milione di dosi di vaccini non utilizzate. Si può polemizzare con l’Europa perché non ci sono i vaccini, ma intanto inoculiamo quelli che abbiamo. Alla fine di tutto, quando saremo fuori dalla pandemia, sarà indispensabile quella commissione di inchiesta parlamentare che noi abbiamo chiesto già un anno fa”.
Le novità sui vaccini
Sul fronte dei vaccini, intanto, la Commissione Ue ha firmato con Moderna un secondo contratto per la fornitura di altri 300 milioni di dosi del vaccino, mentre AstraZeneca è disposta a “cedere le licenze di produzione del vaccino anti-Covid per far sì che si possa accelerare” ed è in contatto con l’Aifa per una possibile autorizzazione del vaccino per gli over 65. Nel Regno Unito è rivincita del premier Boris Johnson. La sua decisione di vaccinare prima tutti con una prima dose sembra stia funzionando molto bene: in una settimana sono crollati i casi del 40%. Un risultato che potrebbe essere replicato in Europa e in Italia, se avessimo avuto la giusta guida. Inutile piangersi addosso, adesso servirà un reale cambio di passo rispetto a quanto fatto da Domenico Arcuri.
L’Ue accelera sul passaporto vaccinale
Intanto Bruxelles accelera sul passaporto vaccinale per chi è immunizzato “per tornare a viaggiare” e far ripartire la macchina del turismo e dei consumi connessi. Non si può più aspettare oltre. Il 17 marzo la Commissione europea presenterà una proposta legislativa: “L’obiettivo – ha spiegato su Twitter la presidente Ursula von der Leyen – è fornire la prova che una persona è stata vaccinata; dare i risultati dei test per coloro che ancora non sono stati vaccinati; dare informazioni sulla guarigione dal Covid-19”. Non sarà obbligatorio per viaggiare da un Paese all’altro, ma garantirà una corsia preferenziale che consentirà, per esempio, di evitare la quarantena. Dirà se un cittadino è stato vaccinato oppure se un test ha certificato la sua momentanea negatività al virus, ma anche se ha sviluppato gli anticorpi dopo aver contratto la malattia. E guai a chiamarlo “passaporto vaccinale”: per vincere le resistenze degli Stati più scettici, è stato ribattezzato “pass verde digitale” I dettagli tecnici saranno svelati il 17 marzo, anche se poi ci vorranno circa tre mesi per l’entrata in vigore. L’obiettivo è chiaro: salvare la stagione turistica estiva. E Tony Blair, l’ex primo ministro britannico afferma: “Passaporti vaccinali internazionali per tutti. L’Europa faccia meno calcoli politici, cambi idea sul vaccino AstraZeneca. E non è stata la Brexit a dare un tale vantaggio al Regno Unito”, con già quasi 21 milioni di inoculazioni anti coronavirus. Blair è sempre più coinvolto nella lotta alle pandemie. Difatti, il suo think tank Institute for Government si è riconvertito alla nuova sfida della salute pubblica e della cooperazione mondiale.
Al via intanto la sperimentazione del vaccino made in Italy della Takis di Castel Romano sviluppato con la Rottapharm Biotech di Monza. Sul fronte vaccini, insomma, l’impregno è semplificare i processi burocratici, come sempre troppo lenti e sconnessi con il timing reale di un’emergenza che non rallenta, anzi accelera.
Scuola, stop alle lezioni in zona rossa
E poi c’è il tema, delicatissimo, della scuola. Un tema che divide il governo e che è uscito con forza ieri durante il vertice sul Dpcm, quando Draghi ha affrontato con i ministri il dilemma delle scuole e la cabina di regia si è spaccata tra rigoristi e aperturisti. La discussione si è inoltrata fino a tarda sera, ma alla fine il punto di caduta che oggi verrà probabilmente messo nero su bianco nel nuovo decreto coincide con quanto proposto dagli esperti del Cts: passare alla didattica a distanza le scuole di ogni ordine e grado nelle zone rosse e in quelle arancioni quando in comuni e province si superano i 250 contagi ogni 100mila abitanti in una settimana. Quindi la serrata scatterebbe nelle “rosse” Alto Adige, Molise, Basilicata e più di mezza Umbria. Alle quali la prossima settimana se ne potrebbero aggiungere altre, vista la crescita dei contagi.
Carfagna: “Per il Sud 150 miliardi, servono i progetti giusti”
“Nei 209 miliardi destinati all’Italia, una parte considerevole andranno al Mezzogiorno per infrastrutture, digitalizzazione, sanità, transizione ecologica. In più avremo i fondi europei per il settennato che va dal 2021 al 2027 e il fondo nazionale di sviluppo e coesione”. La ministra Mara Carfagna, intervistata dal Corriere della Sera sottolinea che in totale per il Sud ci “saranno circa 150 miliardi, oltre a quelli del Piano di ripresa e resilienza, il lavoro da fare – aggiunge – è individuare i giusti progetti su cui investire”. “Da almeno 20 anni”, sottolinea, “la mancata individuazione dei livelli essenziali di prestazione — sanitaria, scolastica, assistenziale, di trasporto — ha creato una discriminazione di residenza nel nostro Paese”. “Mi rendo conto che abbiamo poco tempo a disposizione, ma abbiamo il dovere di impostare il lavoro”, aggiunge. Rispondendo a una domanda sul Reddito di cittadinanza, osserva che “oggi uno strumento di sostegno universale al reddito va mantenuto, è previsto in tutti i Paesi, tanto più in tempi di crisi pandemica. Ma il reddito di cittadinanza ha limiti enormi perché’ come ha ammesso anche Di Maio, mette assieme sostegno alla povertà e sostegno a politiche del lavoro, che sono cose diverse. Una correzione sarà obbligata”. La ministra per il Sud, intervistata anche da Il Mattino e Il Messaggero, sottolinea che i fondi europei sono “un’occasione per il lavoro al femminile“. “Le donne che lavorano nel nostro Paese sono troppo poche, il 48% contro il 64% della media europea. Al Sud, in particolare, è una vera catastrofe: l’occupazione femminile è al 32%”, “le infrastrutture sociali sono la chiave per risolvere il problema e dovranno essere al centro del Recovery Plan”.










