Vaccini: nodo forniture, tensioni su riaperture. Salvini: “Non si può gestire sanità con approccio ideologico”

matteo salvini

L’arrivo massiccio di dosi di vaccino per recuperare il tempo perduto e per rispettare il “piano Figliuolo”. Ma anche il tema riaperture, che il centrodestra invoca in maniera sempre più pressante, scontrandosi però con la cautela di palazzo Chigi e dello stesso ministro della Salute, Roberto Speranza. Il dibattito politico continua a ruotare attorno alla risposta del governo alla crisi pandemica, a cominciare dal nodo forniture a cui l’esecutivo sta lavorando. Ma le forze che compongono la maggioranza restano divise sulle riaperture. “Le chiusure da sole non bastano, ormai è evidente – ripete il leader della Lega, Matteo Salvini – dobbiamo moltiplicare gli sforzi per i vaccini, cominciando a produrli anche in Italia, e prepararci ad usare anche altri farmaci se funzionano, come lo Sputnik. Parlo di riaperture nelle città in cui la situazione sanitaria sia sotto controllo e in miglioramento da giorni”. “Il presidente Draghi condivide la necessità di tornare il prima possibile ad una vita, ad una scuola, ad un lavoro normali”, aggiunge Salvini.

Quanto a Speranza “non possiamo più gestire la sanità con approccio ideologico. Pare chiaro che ci siano stati gravissimi errori da parte del precedente governo, e le notizie di inchieste a carico di Arcuri ne danno ulteriore conferma”, continua il numero uno del Carroccio.

“Trovo incomprensibile l’atteggiamento di chi sta al governo e si comporta come se fosse all’opposizione, con l’obiettivo mal celato di raccattare qualche voto sulle difficoltà vere di tante persone – replica SperanzaSalvini sta al governo, ma si comporta come fosse all’opposizione. Non dobbiamo vendere illusioni”. Il ministro della Salute frena sulla richiesta di riaprire tutto fin dal 20 di aprile: “Penso che ad aprile convenga tenere ancora la massima prudenza. Ma credo anche che nelle prossime settimane l’incrocio tra l’effetto delle misure delle zone rosse e il contemporaneo significativo aumento delle somministrazione dei vaccini ci metterà nelle condizioni di guardare con ragionata fiducia al futuro. Un futuro a cui stiamo già lavorando”. Insomma, sintetizza Speranza, “ci sarà un’estate migliore”, ma siamo lontani dal ‘liberi tutti’. Intanto resta alta anche la tensione tra governo e Regioni sia sull’arrivo delle dosi necessarie per vaccinare più persone possibile, a cominciare da anziani e fragili, sia sul merito delle risposte che l’esecutivo sta elaborando per venire incontro alle esigenze delle diverse categorie. Il governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, boccia la proposta di istituire zone ‘covid free’ in vista dell’estate e chiede al ministro del Turismo Massimo Garavaglia di rispedire al mittente l’ipotesi: “Mi auguro che il ministro del turismo Garavaglia rigetti immediatamente la proposta di ‘isole covid free’. Non possono esserci località turistiche privilegiate a discapito di altre”, scrive Bonaccini in un post. “Piuttosto il governo si dia da fare perché’ arrivino più dosi possibili per vaccinare nel più breve tempo possibile e lavori per il passaporto vaccinale, con regole uguali per tutti a livello europeo”.

Per quanto riguarda i vaccini, secondo la Commissione Ue, non c’è ancora nessuna risposta da parte di AstraZeneca alla lettera di diffida inviata il 19 marzo scorso al gruppo farmaceutico anglo-svedese per inadempimento contrattuale sulla produzione e la fornitura iniziale all’Ue di 300 milioni di dosi di vaccino anti Covid. AstraZeneca aveva venti giorni di tempo per rispondere, il termine e scaduto l’8 aprile, ma la Commissione sta «ancora aspettando», ha spiegato ieri un portavoce. Il direttore Global Media di AstraZeneca, Matthew Kent — riferisce Reuters — ha detto che il gruppo farmaceutico ha risposto nel tempo previsto e che il loro team «ha avuto un incontro molto collaborativo con la Commissione la scorsa settimana». Resta il problema di fondo: l’accordo di agosto impegnava AstraZeneca a impiegare «la massima diligenza ragionevolmente possibile» per fornire all’Ue 300 milioni di dosi entro la prima metà del 2021; invece se ne sono viste per 30 milioni fino a marzo e dovrebbero arrivarne altri settanta milioni entro giugno. In totale, appena un terzo del previsto. A Bruxelles si sostiene che l’azienda avrebbe commesso vari errori: non si sarebbe impegnata a sufficienza per procurarsi i principi attivi; avrebbe prenotato la stessa capacità produttiva dei suoi impianti britannici sia per rifornire la Ue che iI governo di Londra, finendo per privilegiare quest’ultimo; e avrebbe chiesto in ritardo le autorizzazioni sui vaccini al regolatore europeo Ema.

Oggi il Comitato tecnico scientifico torna a riunirsi. Sul tavolo i parametri da valutare per le riaperture (quelli dei contagi ma soprattutto quello, da definire, sullo stato delle vaccinazioni) e i nuovi protocolli per la ripartenza di ristoranti, bar, cinema e teatri, aggiustamenti alle già rigide regole fissate alla luce della velocità di contagio della variante inglese ormai dominante. Si riaprirà gradatamente appena possibile (ma difficilmente già a fine aprile) e per non richiudere più. L’esperienza della Sardegna, passata nel giro di tre settimana dalla zona bianca alla rossa, insegna che le varianti restano la più grossa incognita sulle riaperture. E il governo ribadisce che si comincerà ad allentare le restrizioni solo dove le fasce più anziane della popolazione saranno vaccinate. Questa settimana sarà cruciale per capire se la guerra contro il Covid ha recuperato sulla tabella di marcia e può proseguire senza intoppi fino all’obiettivo finale, ovvero contenere il virus immunizzando il 70 per cento della popolazione entro la fine di settembre. Dipenderà in gran parte dalla tempestività delle forniture di vaccino, che se ritardassero farebbero sballare i piani del commissario Figliuolo, già rivisti al ribasso nelle ultime settimane. Tanto che al momento è arrivata la raccomandazione a non superare le 300 mila dosi al giorno in modo da tenersi al riparo di fronte a nuovi intoppi. Ostacoli causati dalle carenze dei contratti europei che il ministro Roberto Speranza continua comunque a difendere perché «è vero che paghiamo un prezzo per gli errori nella negoziazione degli accordi», ma «altrimenti avremmo avuto la guerra di un Paese contro l’altro». Per avere qualche certezza in più, il presidente del Consiglio Mario Draghi sta chiamando le società interessate per garantire la regolarità delle consegne. Uno spiraglio di luce arriva da Pfizer. L’azienda statunitense ha promesso di anticipare di un mese le consegne dei prossimi trimestri.

Sul Recovery plan italiano il governo sta per licenziare tre decreti cornice, entro cui si muoverà tutto il documento. Uno sulla semplificazione legislativa, che in pratica estende il Modello Genova a tutti i prossimi cantieri; un decreto sulle assunzioni straordinarie necessarie a far correre la macchina burocratica; e infine un decreto sulla «governance» politica. Ovvero chi avrà il compito di spendere e dare conto all’Europa.

Una delle soluzioni attorno a cui si ragiona, e che porta ben evidente il marchio di Draghi in quanto profondo conoscitore dell’organizzazione dello Stato, è di modellare il futuro comitato per la governance del Recovery Plan sulla falsariga del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) a cui, fermi i ministri di carattere economico, di volta in volta partecipano gli altri ministri interessati dai singoli progetti in esame. Nel recovery plan si aspetta anche l’ultima parola sulla proroga del superbonus al 2023, ma intanto le richieste di semplificazione – arrivate da più parti – portano alla luce le incongruenze e i problemi applicativi dei bonus casa che non si fermano al 110%, ma investono le detrazioni ordinarie. Aiuti di proroghe e modifiche hanno generato una disciplina sparpagliata tra decreti legge e manovre finanziarie, a volte poco coerente. Non c’è da stupirsi allora che imprese e professionisti tornino a chiedere un pacchetto di semplificazioni, partendo proprio dal 110 per cento.