Le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario del Pd arrivano nel pomeriggio di ieri come un fulmine a ciel sereno. Non troppo però. Da settimane, mesi, le lotte intestine dem miravano a colpire il loro leader: interviste, attacchi, tutti metodi per colpirlo e affondarlo. Così è stato. “Lo stillicidio non finisce. Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni”. Si è dimesso così Zingaretti, con un post su Facebook. “Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità. Nelle prossime ore scriverò alla presidente del partito per dimettermi formalmente. L’assemblea nazionale farà le scelte più opportune e utili”.
Il Pd è sotto choc. In molti si chiedono perché lo abbia fatto. Vuole candidarsi a sindaco di Roma? No, semplicemente (si fa per dire) “un crollo di nervi”, pensa a voce alta qualcun altro. Di fatto il Pd si ritrova adesso senza una segreteria, e senza una direzione e una reale dimensione politica. Chi si prenderà adesso la responsabilità di tutto?
Il primo a parlare è Matteo Salvini: “Mi dispiace per Zingaretti, spero che ciò non porti problemi al governo”, dice il leader della Lega. Subito dopo è un uragano di messaggi. Dapprima con i big vicini all’area dell’ormai ex segretario, che chiedono all’Assemblea nazionale della prossima settimana di “respingere le dimissioni”, poi Bettini che spera in un “ripensamento” come Boccia, Gualtieri, Del Rio, Serracchiani, Provenzano, Sereni, Zanda, Astorre. Lorenzo Guerini: “Mi auguro davvero che Zingaretti ci ripensi. In un grande partito come il nostro è normale e legittimo che convivano posizioni diverse. Tutti abbiamo a cuore il Pd e ci sentiamo responsabili verso l’Italia e gli italiani”. Andrea Marcucci: “Spero che Zingaretti ritiri le dimissioni. In un partito democratico e libero come il nostro, è salutare avere anche idee diverse”. E poi l’ex premier Giuseppe Conte: “Rimango dispiaciuto per questa decisione, evidentemente sofferta. Ho conosciuto e apprezzato un leader solido e leale, che è riuscito a condividere, anche nei passaggi più critici, la visione del bene superiore della collettività”.
Meno buoni gli altri. Maurizio Gasparri, ad esempio, che vede “i grandi limiti di M5S e Pd e la loro sostanziale incapacità in un momento di emergenza”. Dura Giorgia Meloni, che avrebbe preferito “le dimissioni da presidente del Lazio, dove i risultati sono stati peggiori di quelli del Pd”. Mentre la sindaca di Roma Virginia Raggi, che da sempre si scontra con Zingaretti, lo difende: “Stavolta Nicola ha ragione”.
“Spero che Nicola riveda la sua decisione e per quanto posso lavorerò per questo. L’alternativa non potrebbe che essere una transizione verso un congresso appena le condizioni lo consentiranno. Questo non è tempo di caminetti, esiste una questione democratica che investe il Paese con elezioni rinviate per la pandemia. Ma la democrazia non si può sospendere all’ infinito e il Pd di quella democrazia ha sempre fatto la sua bandiera”. Gianni Cuperlo – intervistato da La Stampa – chiede a Zingaretti di ripensarci: “è importante – dice – che il Pd abbia una guida salda”. Aveva sentore delle dimissioni? “Come altri – risponde l’esponente dem – avevo discusso con Nicola le difficoltà dell’ ultima fase e apprezzato la sua scelta di accelerare un chiarimento politico dopo la nascita del governo Draghi”. Poi aggiunge: “penso che il Pd abbia bisogno di essere rifondato nel suo modo di discutere, di organizzarsi sui territori, dove spesso è ostaggio di notabilati inamovibili. E anche nel modo in cui seleziona una classe dirigente fuori da logiche di fedeltà e rendite di potere. Ecco perché’ – afferma – io non mi vergogno, io voglio ribaltare questa concezione della politica”.
Insomma, è terremoto politico nel Pd. Non meno grave la situazione all’interno delle fila pentastellate. I rapporti deteriorati all’interno del M5S sono plastici. Oltre a scontrarsi al loro interno, ci si scontra anche con Casaleggio junior e la sua piattaforma Roussea. “Un partito nel partito”, lo giudica qualcuno.
M5S, Fraccaro: “Basta tensioni, chiariamo rapporti con piattaforma Rousseau”
“Certe iniziative producono tensioni sicuramente evitabili. Ma penso che Rousseau sia uno strumento importante per prendere decisioni in modo collettivo nel M5S. L’importante è chiarire i rapporti con la piattaforma, dettagliando l’erogazione dei servizi”. Così il veterano del M5S Riccardo Fraccaro nel corso di una intervista al ‘Fatto Quotidiano’ all’indomani dell’annuncio di Davide Casaleggio del “manifesto” di Rousseau. Riguardo poi al nuovo governo guidato dall’ex presidente della Bce, aggiunge: “Giudicheremo Draghi in base a quello che farà per vincere la sfida della transizione ecologica, in Italia e in Europa, perché la nostra non è mai stata una fiducia in bianco. Ma se fossimo rimasti fuori avrebbero già annacquato il Reddito di cittadinanza e tolto la prescrizione”. Fraccaro si sofferma anche sulla dimissioni annunciate dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti: “Da esterno, non mi permetto di giudicare la sua scelta. Posso dire che quando ero al governo e mi sono rapportato con Zingaretti lui è stato corretto, leale e affidabile. Dopodiché con il Pd non c’è un’al leanza strutturale, perché il M5S era e resta un partito post-ideologico, ed è la sua forza”. “L’esperienza del governo Conte va valorizzata – conclude -, ed è per questo che possiamo dialogare con il Pd per le prossime Amministrative, valutando i singoli progetti. Ora però il M5S deve innanzitutto pensare a rafforzarsi, proprio con Conte“.
Insomma il M5S punta l’all-in su Giuseppe Conte. È l’ultima carta rimasta per superare incomprensioni e lotte difficili da interpretare. Soprattutto all’esterno, dai cittadini.










