Teatro e cultura fermi: “In questo tempo sospeso c’è un ritmo, anche nella pazienza”

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In questo tempo sospeso, in questi giorni in bilico tra interesse alla vita e mancanza di una socialità che credevamo inscindibilmente connesse tra loro, mentre non si riesce nemmeno a immaginare un orizzonte di sopravvivenza per le attività culturali e di intrattenimento che, giova ricordarlo, danno da mangiare a molta, moltissima gente, oltre a rappresentare una via per l’anima, per lo spirito, proviamo a riflettere. Qui e ora.

In questo periodo manca lo sgranare gli occhi per divorare la bellezza di ciò che accade in scena. Manca il calore sulle mani per un applauso che è abbraccio. Manca la condizione della comunità teatrale. Manca la frenetica attività giornaliera del pensare, organizzare, compagnie, artisti, manca lo spettacolo e tutti i suoi derivati. Semplicemente manca il teatro, spazio in cui si partecipa relazione, contatto emotivo, sudore, respiro, gesto, lacrime, fatica, gioia e dolore. Questa è la condizione del teatro, questa è la condizione della vita. Questa è la condizione che il “l’infame silente” ha cancellato.

Dietro a tutto questo il teatro non si ferma. Ma cosa sta diventando il teatro? E se, da sempre, il teatro è lo specchio della individualità che si fa collettività, cosa stiamo diventando tutti noi?
La pandemia ci sta cambiando,
ci cambierà e con noi cambierà anche il concetto di normalità, impegnati a inventarci una nuova normalità che ora corrisponde a godere di un teatro “diverso”, geneticamente trasformato a godere di una nuova scena in cui video e volti che cercano di essere parvenze di nuove intuizioni  sepolti nelle case, nella separatezza dei singoli, nel silenzio delle città.

Ciò che “l’infame silente” impone è la separazione, la distanza, il non contatto, l’azzeramento delle relazioni: vietato abbracciarsi, vietato baciarsi, vietato sentire il profumo dell’altro/altra, vietato ritrovarsi, vietato stare insieme. Per questo il teatro oggi più che mai è rappresentazione della nostra vita quotidiana, è il distillato reale e vero dell’autenticità dello spirito e dell’anima. Il teatro si realizza, si compie in presenza di un attore e uno spettatore che a contatto condividono il racconto possibile di un mondo, condividono la relazione, la loro vicinanza, si annusano, si studiano, si toccano con lo sguardo, percepiscono la temperatura dei loro corpi. Tutto questo non passa nel video, tutto questo non accade nella pur lodevole sfilza di letture sceniche, di spettacoli riproposti in video. Istintivamente la mano si avvicina allo schermo del computer o del tablet per toccare, vuole il contatto fisico, quel contatto fisico, quell’abbraccio, quel bacio, quel respiro che è negato non solo al teatro, ma soprattutto alla nostra quotidianità.

Al momento questo è, tenendo conto che come risulta palese i teatri sono luoghi considerati di “grande assembramento” dove è impossibile mantenere le distanze di sicurezza quindi si andrà verso un’apertura “lontana” nel tempo e comunque quando avverrà si dovrà tenere conto delle distanze. Bisognerà, insomma, non relegare i teatri, i cinema, la cultura come fanalini di coda di una situazione grave, importante, che coinvolge tutto il mondo e tutti i settori ma che coinvolge anche noi. Alla fine di questo “viaggio” la parola che più risuona nella mente è pazienza. C’è un ritmo nella pazienza, specialmente nel teatro, quando si attende un colpo di scena. Accade soprattutto quando sembra che non stia accadendo nulla, quando appare tutto fermo, mettendo alla prova la pazienza dello spettatore. È ciò che sta accadendo in questi giorni, vissuti nell’attesa che finisca la quarantena, che, comunque, qualcosa cambi…

Ma dobbiamo portare pazienza, fare di essa un’alleata fedele per poi correre veloce incontro al giorno, prima che sia tardi e solo dopo la fine di questa emergenza sarà possibile contare i morti e i feriti del sistema teatrale.  E al termine di tutto questo i danni saranno seri, serissimi, ma di certo arriverà il momento in cui le piazze d’Italia e del mondo e le platee dei teatri torneranno a riempirsi ed è lì che scopriremo di non essere più gli stessi…

Proprio nella logica della pazienza e della ricerca tanti gruppi teatrali e di artisti stanno lavorando per coniugare in modo nuovo il significato di teatro, un ritorno alla sua sacralità, alla sua ritualità.
È l’esempio del teatro delle 7 direzioni, diretto da Laura Pasetti, attrice e regista con esperienza internazionale. Ha unito insieme una decina di artisti italiani e un gruppo di artisti scozzesi, per dare una svolta al ritorno alle origini del teatro nella sua sacralità e ritualità.

Il Teatro delle Sette direzioni vede al centro la visione di questa favola tibetana, in cui l’attore-eco-performer diviene un guerriero impegnato nella comunità in cui vive. In questa prospettiva la ricerca artistica non può rimanere distaccata dai grandi problemi che affliggono l’umanità.

Il lavoro che riconnette è “un processo di gruppo dinamico e interattivo che ci aiuta a creare quel senso di connessione reciproca per nutrire la rete della vita e ci motiva a fare la nostra parte nel creare una civiltà sostenibile” riscoprendo la nostra connessione con la Terra, la rete della vita che la popola, con la comunità e con noi stessi. Centrali nel Teatro delle Sette direzioni sono la relazione con la Madre Terra e con il Rituale.

Riconnetterci con la natura e riportare l’arte in questo processo trasformativo significa anche ritornare, in primis come esseri umani, in collegamento con le dimensioni emozionali, psicologiche e spirituali, così da riappropriarci della nostra coscienza interiore, rendendosi conto che questa nostra civiltà ha preso una strada sbagliata, almeno negli ultimi decenni. L’obiettivo è uscire dalla bolla di illusioni e delusioni che ci ha resi insensibili ai veri bisogni del mondo. Il Teatro, riportato in questa dimensione, non può non ritornare alla funzione che aveva nelle origini: uno spazio-tempo rituale in cui lo spettatore si trova a vivere una vera e propria catarsi. Il Teatro diviene una vera e propria palestra, un Laboratorio grotowskyano, in cui la routine stessa diviene un rituale. “Ogni cosa si esegue con attenzione, presenza e sano distacco. Mentre percepiamo che non siamo quello che facciamo, o che gli altri desidererebbero che fossimo, comprendiamo che siamo altro, molto altro, un’energia in movimento che crede, crea, attua e lascia andare per navigare in nuovi spazi. Nella lingua tolteca si definiva l’esploratore/l’esploratrice della Vita: l’Artista della Vita”.

L’attività teatrale non si riduce più alla preparazione dello spettacolo in sé, ma gli esercizi diventano esperienza attiva di teatro che permette all’attore di porsi in una condizione di sperimentazione e di studio sempre nuova. Dunque, “laboratorio” non tanto come luogo, quanto come lavoro, dal momento che rappresenta un’occasione per crescere nella certezza che l’aspetto più importante dell’esperienza teatrale sia da rintracciare nel processo e non nel prodotto finale. Il Teatro come esplorazione di sé e dell’altro da sé, come viaggio verso e nell’alterità̀, come mezzo di accesso a stati non ordinari di coscienza, come esperienza psicofisica di espansione-intensificazione della percezione in relazione all’unico e grande regista che adesso diviene la Natura con le sue regole e i suoi cicli di nascita e morte.

In questo ritorno alle origini, l’attore ritorna ad essere anche un cantastorie che in cerchio intorno al fuoco torna a raccontare, cantare e danzare una Nuova Umanità. Come sostiene Vladimir Propp nel libro “Le radici storiche dei racconti di fate” (1949), la maggior parte degli elementi costitutivi delle fiabe risalgono a riti e miti primitivi e nello specifico al “ciclo di iniziazione” e alle “rappresentazioni della morte”. Le fiabe popolari, soprattutto quelle di magia, sono il ricordo di un’antica cerimonia chiamata rito d’iniziazione che veniva celebrata presso le comunità primitive. Durante questo rito veniva festeggiato in modo solenne il passaggio dei ragazzi dall’infanzia all’età adulta. I giovani venivano sottoposti a numerose prove attraverso le quali essi dovevano dimostrare di essere in grado di far parte della comunità adulta. Questo rito era una sorta di rappresentazione teatrale guidata da uno sciamano/stregone, in cui i ragazzi dovevano anche celebrare la “morte dell’infanzia”.

Con il passare del tempo il rito d’iniziazione non si celebrò più e ne rimase solamente il ricordo, anche se gli anziani continuavano a ripeterlo nei loro racconti. Il racconto degli anziani venne tramandato per secoli e secoli, anche quando il ricordo del rito si era perso del tutto e nacque così la fiaba. I protagonisti del rito sono diventati i protagonisti delle fiabe, gli stregoni sono diventati i personaggi che fanno paura come orchi, mostri, lupi e le armi che ricevevano i ragazzi sono diventati gli oggetti magici che i protagonisti ricevono dagli aiutanti che incontrano. In questo modo, il Teatro vuole essere anche uno spazio educante e attivo nella comunità in cui agisce e si sviluppa, un Teatro che recupera il rito per riconnettere l’artista e l’essere umano in generale a centrarsi e collegarsi con le forze della vita. Come nella tradizione Tolteca e degli indiani d’America, il Teatro viene collegato alle sette direzioni e alla ruota medicina. Il cerchio diviene un elemento simbolico e concreto in cui fare esperienza dell’eterno ritorno degli elementi (aria, fuoco, acqua e terra).

Nel cerchio vengono abbattute le gerarchie, si crea un senso di appartenenza; dagli albori dell’umanità gli uomini si sono seduti in cerchio, spesso davanti ad un fuoco che fungeva da centro, discutendo i temi importanti per la comunità, officiando un rito o semplicemente facendo festa. In questo processo alchemico l’artista si riappropria della consapevolezza, che viene persa all’interno di un mercato dell’arte che la inscatola in processi produttivi e la assoggetta ad una politica economica che rischia di dimenticare questi processi naturali. La ruota medicina rappresenta un vero e proprio viaggio di risveglio all’interno delle nostre vite, un vero viaggio dell’eroe per l’artista, dove l’est rappresenta l’infanzia, l’aria, la primavera, è simboleggiato dall’Aquila sacra, messaggera del grande spirito, ci invita a camminare in armonia, bellezza ed equilibrio e a usare la propria vita per fortificare i legami che uniscono il popolo; il sud rappresenta la Gioventù, il fuoco, l’estate: è simboleggiato dal Coyote, con mille facce, maniere e figure, ci invita al rispetto e alla fiducia, rappresenta l’innocenza e l’amore e ci guida con la danza della vita; l’Ovest rappresenta la maturità, l’acqua e le emozioni, l’autunno, è simboleggiato dall’orso Nero, ci invita ad andare in profondità nel più intimo spirito, a raggiungere la purezza interna per servire i sacri poteri e ad avere l’umiltà e la conoscenza per essere invincibile; il Nord è rappresentato dalla Terra, dall’inverno, è simboleggiato dal Grande Bufalo, ci invita a comunicare coi sogni e con le visioni, ci insegna la saggezza della Terra con la quale possiamo sopravvivere alle sue più alte prove e ci guida intorno al cerchio della medicina. Alzando gli occhi al Cielo, si ringrazia la quinta direzione, il Padre Sole, il cuore dell’Universo e tutto il firmamento per il tessuto cosmico ricamato ed elaborato con tanta perfezione. Si chiede la benedizione agli antenati per il nostro cammino. Inchinandosi, si bacerà la Madre Terra, la sesta direzione, colei che non ha mai smesso di nutrirci, di proteggerci, crescerci nel suo paradiso incantato la Terra che ci sostiene nei momenti difficili, che non ci giudicherà per le nostre azioni, che ci mostrerà i colori dell’alba e i riflessi del mare anche quando ci si dimenticherà di portarle rispetto. E La Settima direzione è rappresentata dalle mani sul petto, per contattare, in silenzio, il battito del nostro cuore, il centro.

Con il cuore aperto, la realtà assume una nuova fisionomia. “Come in uno specchio, le immagini intorno attraversano le nostre emozioni, come onde. Si percepisce appeso a un sospiro della ragnatela del creato, così fragile e così tremendamente resistente. Il suo cuore, senza nessun comando, riafferma la vita, indipendente, autonomo dai messaggi di quella mente attenta e guardinga. È un cuore che non smette di pulsare e si offre all’esistenza come un dono, come un seme, in cui è racchiuso il miracolo della vita”.