Le chiusure delle attività potevano essere evitate in Europa e nel mondo. A dirlo è uno studio della prestigiosa Università di Stanford che ha dimostrato come il lockdown non abbia sviluppato un significativo aumento dei benefici, relativamente al numero di casi di positività di Covid-19.
I ricercatori hanno analizzato i dati giornalieri di contagi e decessi messi a disposizione da molti Paesi europei (Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna), insieme a quelli degli Stati Uniti, che hanno seguito la linea dura, e quelli di Svezia e Corea del Sud per la linea più morbida delle restrizioni. Analizzando bene tutti i dati gli accademici hanno concluso come, anche se piccoli risultati non possono essere esclusi, non sono stati riscontrati benefici significativi sui dati di contagio per i governi che hanno adottato il lockdown come misura per evitare l’innalzamento della curva.
Secondo gli studiosi dell’Università di Stanford riduzioni dei casi simili a quelli avvenuti col lockdown, avrebbero potuto essere raggiunti anche con interventi meno severi.
Cosa allora, secondo la ricerca, è risultato proporzionalmente più efficace del lockdown? Le NPI (Non Pharmaceutical Interventions): si tratta di tutti quegli “interventi non farmaceutici” che hanno lo scopo di evitare il contatto sociale, come le chiusure dei posti di lavoro, l’adozione dello smart working per i lavoratori o dell’e-learning per gli studenti, l’uso della mascherine di protezione fuori casa e il distanziamento sociale. Secondo Stanford queste NPI hanno ridotto notevolmente la curva di nuove infezioni. I dati raccolti dimostrano, infatti, che in tutti e 10 i Paesi esaminati, gli “interventi non farmaceutici” hanno avuto esito positivo per 8 su 10. “In nessuno dei Paesi analizzati – rileva la ricerca – le forti restrizioni hanno avuto dei sostanziali benefici sulla riduzione dei casi di contagio”.
Per arrivare a queste conclusioni l’Università ha confrontato l’efficacia delle semplici NPI nei Paesi che hanno attuato il lockdown, con quelli che non l’hanno fatto. I risultati mostrano che non c’è una chiara evidenza che nei primi la curva si sia abbassata più in fretta che nei secondi. Tradotto: senza lockdown, ma con il solo rispetto di regole meno severe, questi Paesi avrebbero comunque ottenuto un significativo abbassamento della curva; magari non esattamente con lo stesso livello ma evitando un crollo economico senza precedenti.
In Spagna si nota addirittura un aumento dei casi dopo le serie misure restrittive. Stessa cosa durante la prima chiusura totale a Hunan, in Cina, dove il numero dei casi è aumentato vertiginosamente: qui la colpa sarebbe da addossare al prolungamento spazio-temporale dei contatti tra i soggetti nella stessa casa, in spazi ristretti.
Sempre dai dati raccolti si nota come, in realtà, in molti Paesi i dati dei contagi hanno cominciato a diminuire ancor prima della vera e propria chiusura: la paura del contagio e i consigli di comportamento avevano infatti già mutato le abitudini sociali portando a ridurre i contatti e quindi la trasmissione del coronavirus. Nella seconda ondata, ad esempio, l’incidenza di contagi e morti nelle case di riposo è stata molto più alta che nella prima: questo significa che la chiusura non ha avuto alcun beneficio nei confronti della parte debole della popolazione.
La ricerca non nega i benefici delle restrizioni. Al contrario, sottolinea come sarebbero serviti di gran lunga più interventi restrittivi “chirurgici”, in grado di evitare il contatto sociale senza però costringere i cittadini alla chiusura forzata, che avrebbero comunque portato ad una simile riduzione dei casi, senza costringere a perdite per la sfera economico-finanziaria.










