Manca pochissimo. Alle 12 il presidente incaricato Mario Draghi salirà al Quirinale per il giuramento. Ieri dopo le 19 l’ex presidente della BCE ha dettato i nomi del suo governo tecnico-politico, come un appello. Un appello al cardiopalma, soprattutto per i leader politici, alcuni dei quali ne sono usciti “spaccati”. Si veda il Movimento 5 Stelle.

I nomi della squadra riflettono il tipo di equilibrio che ha cercato Draghi nel definire il suo Governo. Innanzitutto c’è la conferma che il modello scelto è stato quello di Ciampi e cioè un mix tra tecnici e politici. Naturalmente non è casuale dove sono stati collocati gli uni e gli altri.

Ci sono senz’altro le new entry di Colao, Cingolani a segnare una discontinuità non solo perché fanno il loro debutto ma perché sottolineano una novità programmatica nella Innovazione digitale e nella Transizione ecologica che sono il cuore del Next Generation Eu. E poi c’è la continuità rappresentata da alcune caselle. Nomi consigliati da Mattarella che ha voluto non si spezzasse un filo con il precedente Governo e dunque al Viminale resta Lamorgese e alla Difesa Guerini, ma pure sulla neo titolare della Giustizia Cartabia si sente l’influenza del capo dello Stato. Per il resto Draghi ha cercato un equilibrio politico tra alleati e avversari. E ha scelto di tenere per sè gli Affari Ue, a sottolineare che nell’interlocuzione con Bruxelles e sulla regia del Recovery c’è lui.

Insomma, non è un governo politico e nemmeno misto. La formula resta quella chiesta dal Colle: anche i politici hanno un ruolo tecnico e di scopo. La struttura prevede due cerchi concentrici: il team di esperti per riscrivere il piano per i fondi Ue e gli esponenti di partito sui temi chiave – Pa, Sviluppo, Turismo e Lavoro.

Da un lato dunque i “tecnici puri”, gli uomini di Draghi scelti per dedicarsi alle riforme e colmare il gap aperto in questi mesi dal precedente esecutivo. Qui ci sono Franco, Giovannini, Cartabia, Colao, Cingolani e Garofoli. C’è poi il secondo cerchio che comprende i “politici” che hanno l’incarico di contestualizzare le riforme. Dal leghista Giorgetti al forzista Brunetta, dal grillino Patuanelli al democratico Orlando.

Due soli obiettivi: mettere ordine in questa pandemia sanitaria e gestire le sue terribili conseguenze economiche, amministrando al meglio il denaro del Recovery Fund.

Il ritardo ormai mastodontico nella presentazione del Recovery deve essere recuperato velocemente. Il piano precedente verrà riformato. E verrà integrato per riempire le lacune già segnalate dalla Commissione europea: più investimenti e più riforme; procedure straordinarie e corsie preferenziali per la realizzazione dei progetti; gradualità maggiore nell’uso dei prestiti rispetto ai finanziamenti a fondo perduto. Il debito pubblico in un anno è salito di 25 punti. Qui sicuramente i lockdown hanno fatto la loro parte. Il pil quest’anno crescerà del 3,4%: sotto la media continentale fissata al 3,7% e quasi dimezzata rispetto all’attuale previsione programmatica del 6%.

È plastica la débâcle del Movimento 5Stelle che sembra frantumarsi al suolo in un solo istante, mentre Draghi presenta la sua squadra. Il Movimento, infatti, ha ricevuto poco e niente, considerando che è il partito di maggioranza in parlamento. Pochi ministeri in più degli altri, molto meno rispetto a prima, e tutti senza importanza strategica rispetto al Recovery – e quindi alla gestione dei soldi veri. L’ira nelle chat del M5S è funesta: tutti si lamentano. Il primo è Alessandro Di Battista che, uscito da poco più di 24 ore dal Movimento, afferma: “Ne valeva la pena?”. Il primo messaggio di una sorta di rivincita e la voglia di ribadire che lui, l’ex 5stelle, aveva ragione a dire di no al governo del banchiere. Ma sono tantissimi i deputati scontenti che accusano Vito Crimi di non aver saputo gestire la situazione. Il silenzio di Di Maio fa rumore più del solito. Un silenzio che sa di senso di colpa: in molti dalle fila pentastellate accusano lui e Patuanelli di aver pensato più a preservarsi che a pensare alle sorti del Movimento.

Fatto sta che tra martedì e mercoledì si voterà la fiducia al Senato e alla Camera e avremo, finalmente, un governo nuovo.

Dal centrodestra parla Matteo Salvini: “Sono davvero molto contento. Se in questo governo non ci fosse la Lega, saremmo a guardare da fuori un governo di sinistra”, dice il segretario della Lega in una intervista al Corriere della Sera -. Di parlare con Draghi prima della formazione della squadra, assicura, “non ce n’è stato bisogno. Io non avevo chiesto alcun ministero. Ma sono molto contento davvero, non è una dichiarazione di rito. Sviluppo e turismo sono fondanti per la ripartenza, e l’attenzione per la disabilità è davvero un mio pallino da anni, lo sanno tutti. No, guardi: abbiamo tre incarichi importanti e tre persone che sapranno interpretarli al meglio”. I ministri Speranza e Lamorgese, aggiunge, “conto che siano affiancato da leghisti in gamba che sappiano contribuire a un robusto cambio di rotta. So che non sembrerà oggi una priorità, però nei giorni scorsi mi sono andato a riguardare le tabelle degli sbarchi. Nel 2019, 11 mila arrivi. L’anno scorso, 33 mila. Tre volte tanto. Una delle non molte cose che ho detto a Draghi è che a Lampedusa la musica deve cambiare”. Per quanto riguarda la sua ‘conversione’ all’europeismo, Salvini spiega che “io oggi sono convinto che questa scelta porterà più Italia in Europa. Prenda la direttiva Bolkestein, che vorrebbe la svendita delle nostre spiagge. Il ministro del Turismo dirà no: le spiagge italiane restano italiane. Non so se questo è sovranismo. So però che se fossimo rimasti fuori, non avremmo potuto incidere”. Adesso le priorità sono “le vaccinazioni, il lavoro e la riapertura di bar, ristoranti, palestre…“.

Sempre sul Corriere della Sera, parla Nicola Zingaretti: “Era la sfida più difficile: una squadra inedita. Abbiamo conferito la totale fiducia al presidente del Consiglio. E ora raccogliamo i risultati per un ruolo serio che abbiamo svolto. In un passaggio stretto e difficilissimo il Pd ha mantenuto una grande unità, che gli ha permesso di collocarsi bene e di svolgere un ruolo positivo. Non era scontato. È stata un altra importante prova che ripropone il Partito democratico come forza centrale del cambiamento“. “La scissione di Di Battista – aggiunge il segretario del Pd – conferma quanto sia stata sofferta l’adesione di questo movimento al governo Draghi. Alla fine la maggioranza che ha prevalso è stata favorita in molta parte da una saggia strategia unitaria che ha visto anche noi protagonisti. Che conferma, ancora una volta, quanto sia stata ridicola l’accusa rivolta a noi di subalternità. La nostra tenuta e anche alla fine la scelta compiuta dal Movimento 5 Stelle e Leu stanno impedendo che Lega, Forza Italia e Italia viva possano rappresentare in un senso unico l’esperienza del governo Draghi, segnandone troppo l’identità e il profilo”.

Si deve fare presto soprattutto col Recovery Fund, dunque. “Sono necessarie azioni urgenti, in particolare rispetto al riscaldamento globale e ai suoi effetti su desertificazione, innalzamento degli oceani, riserve di acqua dolce”, dice Roberto Cingolani che ha ben chiaro quali siano le priorità da ministro del neonato dicastero della Transizione ecologica. Un profilo, il suo, individuato da Mario Draghi forse perché concilia due esigenze apparentemente agli antipodi: spingere il progresso, anche economico, grazie all’innovazione tecnologica ma al tempo stesso raccogliere l’appello della scienza che chiede un immediato taglio delle emissioni di CO2, responsabili dell’emergenza climatica che stiamo già vivendo. Sarà dunque un fisico, a guidare la transizione dell’Italia verso un futuro a emissioni zero, da un ministero mai esistito prima, eppure centrale negli anni a venire. Ora il fisico-manager dovrà gestire la transizione ecologia ed energetica dell’Italia. E i 70 miliardi che, sui 209 totali del Next Generation Eu, il nostro Paese dovrà investire per rivoluzionare i trasporti, l’industria e passare dalle fonti fossili a quelle rinnovabili.