È polemica su polemica sul Recovery Plan. L’ultima bufera è sulla scelta del governo di firmare un contratto di consulenza con McKinsey, grande nome americano della consulenza strategica, per completare il Recovery. La polemica ha investito il Mef, che ha affidato la consulenza, ed è stato tempestato di accuse e di richieste di chiarimenti sui rischi di “esternalizzare” il piano a una multinazionale Usa. Il tutto alla vigilia del debutto parlamentare di Daniele Franco come ministro dell’Economia, atteso domattina al Senato per l’audizione sul Recovery.

Da via XX Settembre si sono subito affrettati a spiegare che la scelta è stata fatta perché c’è pochissimo tempo a disposizione e il piano deve essere riscritto per essere inviato entro il 30 aprile a Bruxelles. Poco conta per ex ministri e sottosegretari dem, i quali intervengono nel giro di pochi minuti uno dopo l’altro elevando una formale protesta. “Se lo schema è cambiato, va comunicato e motivato al Parlamento”, dice l’ex viceministro Antonio Misiani, oggi senatore. Ancor più duro, con allusione al “governo dei migliori”, l’ex ministro Giuseppe Provenzano: “Un po’ di chiarezza? Dobbiamo richiamare i migliori nello Stato, magari tra i giovani, non delegare a privati esterni funzioni fondamentali. C’è una norma, si attui”.

Il Mef è intervenuto nel pomeriggio per chiarire i termini della questione. Il contratto con McKinsey, 25mila euro più Iva e quindi sotto la soglia che impone la selezione pubblica, riguarda “l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali Next Generation già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico-operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del Piano”.

E mentre la bufera investe la forma più che i contenuti, si lavora con costanza al dl Sostegno. L’uscita dal tunnel della pandemia ancora non si vede. Interi settori produttivi, servizi, edilizia, turismo, ma anche ristorazione e commercio, fanno fatica a immaginare quando potrà arrivare una ripresa. Intanto, però, molti di loro hanno preso un prestito garantito dallo Stato. Per due anni si pagano solo gli interessi con tassi molto bassi, è vero. Ma dodici mesi sono già trascorsi e si avvicina a grande velocità il momento in cui andrà in ammortamento il capitale. E poi vanno considerate anche le nuove regole sulla riclassificazione dei crediti a Npl: basta anche non pagare gli interessi per pochi mesi e si innesca il circolo vizioso. Da diverse settimane al ministero dell’Economia si sta studiando una soluzione che eviti l’impatto per le casse pubbliche ma soprattutto, al contempo, consenta di guadagnare tempo e tenere in vita attività che con il ritorno a una situazione normale sarebbero di nuovo redditizie. La soluzione alla quale si sta pensando si chiama Amco: la bad bank pubblica che gestisce i crediti deteriorati. La percorribilità del suo utilizzo è ancora in fase di verifica. Domani incontro tra i tecnici del Mise, del Mef e della Cdp per nuovi strumenti a supporto delle imprese già in crisi. Intanto. nel decreto Sostegno il governo è pronto a rifinanziare con 500 milioni il Fondo occupazione, che serve per sostenere lavoro e reddito, inclusi gli strumenti di sostegno necessari per completare, nelle crisi industriali più difficili, riconversione e reindustrializzazione dei siti produttivi. È su questi fronti che si stanno muovendo i ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro, guidati, rispettivamente, da Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando.