“Dobbiamo cambiare passo, non possiamo subire battute d’arresto”. II monito del ministro dell’Economia Daniele Franco arriva con voce pacata ma ferma. Durante il suo discorso ieri di fronte a sei commissioni parlamentari riunite “da remoto”, con la bagarre iniziale di Fratelli d’Italia, il “numero uno” di Via Venti Settembre traccia le linee politiche ed operative del Recovery Plan che con oltre 200 miliardi in sei anni potrebbe portarci, a fine percorso, ad un ritorno al miraggio di una crescita superiore al 3% annuo. Naturalmente “se si faranno le riforme”, annota il ministro. I finanziamenti europei del Recovery fund non arriveranno prima della “fine dell’estate” e saranno leggermente inferiori al previsto, alla luce dei calcoli aggiornati sulla base del regolamento “emanato a febbraio”, ha spiegato il ministro; a causa del ricalcolo di quanto abbiamo perso di Pil, si è ridotta di 5 miliardi: dai previsti 196,5 agli attuali 191,5. La quota complessiva, ReactEu compreso, scende dunque da 209,5 a 204,5 miliardi di euro.
Franco ha riconosciuto i “moltissimi elementi di solidità” della bozza del documento datata 12 gennaio e dalla quale si sta ripartendo per quella che di fatto è una riscrittura. Le prime risorse saranno pari al 13% del totale, ha aggiunto Franco, quindi circa 25 miliardi. L’emergenza Covid spesso ci fa dimenticare le questioni strutturali del Paese e Franco, ministro tecnico, li ha ricordati: “Cronico problema di crescita”, divari allarmanti che penalizzano Sud, donne e giovani. Il Recovery Plan dunque può aiutarci ad “accrescere il potenziale di sviluppo” con digitalizzazione, green ed inclusione sociale.
Draghi conosce benissimo le priorità del suo governo e ha deciso di accelerare sui dossier più importanti e strategici: vaccini e Recovery. La prima è l’unica strada per porre fine al singhiozzo delle varie gradazioni dei lockdown il prima possibile, possibilmente con l’estate. La seconda è l’opportunità unica e irripetibile per la nostra economia. Ieri Draghi ha rotto il silenzio che lo contraddistingue, in netto contrasto con il precedente governo e ha parlato alla nazione, in occasione della giornata delle donne. Rimarca “il peggioramento dell’emergenza sanitaria”, ma lancia un messaggio di speranza, “si intravede una via d’uscita, non lontana”. Ringrazia gli italiani, di ogni categoria, per la loro pazienza, per gli sforzi profusi contro il Covid, italiani che meritano fiducia, ma insieme “all’impegno del governo a conquistarsela”. Anche perché “non voglio promettere nulla che non sia veramente realizzabile”. In 7 minuti di videomessaggio Mario Draghi coglie l’occasione della Giornata Internazionale della donna per lanciare un messaggio che è anche alla Nazione, in un momento in cui sembrano possibili, forse necessari, ulteriori sacrifici, chiusure, zone rosse. “Ognuno deve fare la propria parte nel contenere la diffusione del virus. Ma soprattutto il governo deve fare la sua. La pandemia non è ancora sconfitta ma si intravede, con l’accelerazione del piano dei vaccini, una via d’uscita non lontana. Voglio cogliere questa occasione per mandare a tutti un segnale vero di fiducia. Anche in noi stessi”. E in questo discorso che è rivolto ai cittadini e allo stesso tempo ai suoi ministri, a sé stesso, in una simmetria continua di responsabilità fra governanti e cittadini, occorre ringraziare prima di tutto tutti gli italiani “per la loro disciplina, la loro infinita pazienza, soprattutto coloro che soffrono le conseguenze anche economiche della pandemia”, ma anche “gli studenti, le famiglie e gli insegnanti che sopportano il peso della chiusura delle scuole, gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, le forze armate, la Protezione civile e tanti altri lavoratori in prima linea per la loro incessante opera”.
L’obiettivo dei vaccini resta sempre lo stesso: arrivare a 60 milioni di somministrazioni entro la fine di giugno. Poco meno di 15 milioni con la doppia dose, e quindi pienamente vaccinati. Poco più di 30 milioni con una sola dose, e quindi protetti anche se in modo parziale. Ma dal continuo adattamento del piano vaccinale, dopo il punto fatto ieri a Palazzo Chigi, si vanno delineando due binari paralleli. I vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna continueranno a essere usati per le persone con più di 80 anni e per i fragili, categoria già definita da una tabella del programma elaborato dal governo precedente. E che prevede quattordici voci tra le quali i malati oncologici, gli immunodepressi, i disabili, i gravemente obesi. L’altro binario riguarda invece AstraZeneca, che ieri ha avuto l’annunciato via libera anche per le persone con più di 65 anni ma in buona salute. Vaccini che, però, inizieranno ad arrivare in dosi massicce a partire da aprile, quando verranno implementati gli invii di quelli già approvati e si aggiungeranno 30 milioni di dosi di Johnson&Johnson, che giovedì dovrebbe ricevere il via libera dell’Ema (Agenzia europea del farmaco). Arrivate le dosi, servirà però chi le inietta e per ora la fila dei vaccinatori sembra sguarnita. Già con le poche fiale che arrivano oggi, una su cinque resta nei frigo. Quelle di AstraZeneca in particolare, che toccherebbe soprattutto ai medici di famiglia inoculare ai propri assistiti. Ma l’accordo nazionale è stato recepito solo dalla metà delle Regioni e anche in queste i dottori che hanno poi effettivamente aderito sono pochi. Dei tremila medici e 12mila infermieri vaccinatori non dipendenti che avrebbero dovuto assumere le agenzie interinali selezionate dall’ex commissario Domenico Arcuri, ne sono stati arruolati meno della metà.
Pd e M5S ancora nel panico. I dem sono ancora impressionati dalle dimissioni di Zingaretti. È partito il toto-nomi per sostituire l’ex segretario dem, ma ad una condizione: che sia “un leader vero e non un reggente”. Non può durare solo qualche mese. “Dobbiamo eleggere un segretario che duri almeno un anno, che ci porti alle elezioni amministrative, che gestisca una maggioranza di governo complicata come l’attuale. Non esiste che si vada a un reggente provvisorio. Abbiamo bisogno di eleggere in Assemblea nazionale un segretario il più autorevole possibile che ci guidi fino al congresso”, dice Dario Franceschini. E si fa sempre più insistente il nome di Enrico Letta. Il pressing dem si fa fortissimo sul suo nome.
Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato, in un’intervista al Corriere della Sera commenta le parole usate dal segretario del Pd Nicola Zingaretti nell’annunciare le sue dimissioni: “Io non avrei mai usato quel termine, nel senso che io non mi vergogno del Pd. L’unico partito costituzionale che discute”. A suo avviso “il congresso è ancora di più un’esigenza indifferibile, dovremo farlo dopo che la pandemia lo permetterà e comunque dopo le amministrative di ottobre”. “Voglio anche sottolineare che per quanto mi riguarda questa richiesta non ha mai avuto nel mirino il segretario, di cui ho stima e con il quale in questi due anni ho lavorato bene. Quindi nessuno stillicidio, almeno da parte nostra”, rimarca. Anche dopo un’uscita di scena così clamorosa di un segretario, si dice certo che “il Pd troverà il modo per rilanciarsi. Io lavoro per una soluzione unitaria della prossima assemblea nazionale, che abbia proprio come obiettivo primario, la ripresa del nostro partito, in una fase particolarmente difficile per il nostro Paese”. Alla domanda se Zingaretti potrebbe ora candidarsi a sindaco di Roma, Marcucci ribatte: “Come presidente della giunta regionale del Lazio, avrebbe le carte in regola per candidarsi alla guida della Capitale. E peraltro sarebbe anche il nome più azzeccato, ma non ho veramente idea di quali siano le sue intenzioni“.
Nel M5S l’arrivo di Giuseppe Conte è imminente e dovrà sparigliare le carte per riportare serenità nel movimento. Operazione complicatissima. Lo scoglio duro su cui di discute da settimane è la piattaforma Rousseau. Si litiga con Casaleggio, ma Grillo dice che si fanno passi avanti. Domani Casaleggio lancerà il “manifesto Controvento”, che sul blog viene definito come un “perimetro solido e ben definito di termini e condizioni di utilizzo dell’ecosistema Rousseau”. Un “manifesto” che sta creando non pochi mal di pancia tra le fila pentastellate.










