Oggi è il turno del Senato. Mario Draghi parlerà delle riforme del Recovery Plan anche qui e non è escluso che si appellerà all’unità del Paese e allo spirito repubblicano, così come successo ieri alla Camera. «Qui c’è in gioco l’Italia – ha detto il premier -e sono certo che riusciremo a far prevalere l’onestà e l’intelligenza agli interessi di parte». II piano vale 248 miliardi, il 40% dei quali destinato a progetti green. A regime, nel 2026, il Pil crescerà del 3,6%. I giovani potranno comprare casa senza versare nessun anticipo per il mutuo «grazie all’introduzione di una garanzia statale». Una facilitazione, quella del mutuo, che ribadisce con veemenza quanto il Pnrr sia orientato soprattutto ai giovani, veri driver del futuro e una delle chiavi per il rilancio del Paese. Non solo: il documento mira molto alla riduzione del gap di genere e alla promozione della condizione femminile. Prevista una clausola per “condizionare l’esecuzione dei progetti all’assunzione di giovani e donne”.
Intanto nella maggioranza restano forti le tensioni sul coprifuoco alle 22: Giuseppe Conte ed Enrico Letta alleati contro il leader della Lega Matteo Salvini. La Lega vorrebbe perlomeno far slittare l’orario alle 23, per permettere ai ristoratori di “respirare” dopo la lunga agonia di chiusure. E c’è chi minaccia di spostare in autonomia il coprifuoco, come il governatore leghista della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti.
Draghi ha scelto di “umanizzare” il suo discorso alla Camera: ha fatto riferimento alle “vite degli italiani”, il cui futuro dipende dal successo del Pnrr e delle altre risorse che lo accompagnano: 30,6 miliardi del Fondo complementare e 26 per altre opere. In tutto, «potremo disporre di circa 248 miliardi», senza contare i 13 miliardi del ReactEu 2021-23. Le prime due voci di spesa (mettendo insieme Pnrr e Fondo) sono la «Transizione verde» (40%) e la «Digitalizzazione» (27%). Le altre 4 missioni sono: infrastrutture, istruzione, inclusione e salute. Il Sud assorbirà il 40% delle risorse.
Il presidente di Confindustria Bonomi sul Corriere: “La sfida ora è trasformare l’Italia in un Paese moderno, efficiente, aperto, inclusivo. Quindi la mia domanda è: quali riforme faremo per scaricare a terra quei duecento miliardi?» «Due aree, quelle sulla pubblica amministrazione e sulla giustizia civile, sono abbastanza declinate. Le altre non ancora. Le riforme già ben definite sono 5 su 47. Ma lì noi ci giochiamo tutto ed è la vera sfida con l’Europa, che ci sta dicendo: voi italiani potete mettere tutti i miliardi che volete sulle infrastrutture, ma perché stavolta dovreste riuscire a eseguirle se per fare opere sopra i 100 milioni di euro ci mettete in media 15,7 anni? Cosa ci fa pensare che entro il 2026 realizziamo, paghiamo e rendicontiamo opere per 200 miliardi?». Si parta «dalle semplificazioni, con il decreto di maggio». Il ministro delle Infrastrutture Giovannini su Repubblica: «Come ha detto il presidente Draghi, accanto ai soldi ci devono essere le riforme strutturali, fondamentali per attrarre gli investimenti nazionali e internazionali. Le due cose — risorse finanziarie e riforme — non possono essere scisse, sono due gambe che devono muoversi insieme”. “È in atto un cambio di paradigma che riguarda tutti. Ci giochiamo il futuro con la nostra credibilità. E un Paese capace, grazie alle riforme, di diventare più equo, più sostenibile, più resiliente, cioè un Paese che investe su se stesso, è un Paese che non può non attrarre gli investimenti privati. Questa — come dicevo — è la sfida che possiamo affrontare con le riforme di sistema».
In un’intervista al Sole 24 Ore il ministro Renato Brunetta spiega la sua idea di riforma per l’amministrazione pubblica. E poi ancora fisco, concorrenza. In un fitto rincorrersi di scadenze e appuntamenti che rendono evidente come il rispetto del cosiddetto cronoprogramma della versione aggiornata del Pnrr, su cui si stanno pronunciando le Camere, richiederà molto di più di una semplice collaborazione istituzionale tra ministeri, enti territoriali e Parlamento.
Giuliano Amato su Repubblica: “Dopo la parentesi tra gli anni Novanta del secolo scorso e gli anni Dieci del nuovo secolo, riemerge una visione dell’economia in cui pubblico e privato tornano a integrarsi. E al pubblico si chiede di immettere nell’economia incentivi non volti a massimizzare i quattrini di pochi ma a far crescere quello che gli economisti chiamano ‘il benessere multidimensionale’. E tuttavia il ruolo dello Stato dev’essere quello di promotore, non di gestore”.










