Se scrivi poesie nel XXI secolo, le persone si spaventano: spalancano gli occhi e restano allibiti, come se fossi arrivato direttamente da Marte o da uno strano universo parallelo. Viviamo un’epoca in cui i racconti e i romanzi riscontrano maggiore successo rispetto al genere poetico. Ci siamo mai chiesti perché? Perché la nostra società ha perso interesse per le poesie? Com’è possibile che questa antica arte non abbia oggi lo spazio che merita?
La prima causa risiede nel modello sociale contemporaneo: se almeno una volta vi siete guardati intorno, avrete sicuramente notato che le persone hanno fretta di correre. Il tempo sembra non bastare mai e l’esigenza di conciliare tutto ad ogni costo impedisce di potersi dedicare in tranquillità ad un mondo che invece invoca tempo. Tempo di amore, di ozio, di attesa, di sospensione, di noia, di paura, di dolore e tanto altro ancora. Potrei elencare le numerose sembianze del tempo, descriverlo in battere o in levare, in un due terzi, tre quarti o ancora in pausa. Ah che bello poter vivere davvero il proprio tempo…
La seconda causa dipende probabilmente dal modo in cui si approccia alla poesia in ambito scolastico, cioè l’esatto opposto di ciò che servirebbe.
Molti docenti analizzano il testo, lo dividono e lo argomentano privandolo di bellezza e immediatezza. “La poesia non è stata scritta per essere analizzata. Deve ispirarci al di là della ragione, deve commuoverci al di là della comprensione”, sostiene invece Nicholas Sparks. È dunque ovvio che gli studenti di oggi non sono più stimolati a ricevere le poesie di Dante, Petrarca o di qualsiasi altro celebre autore, perché l’approccio tradizionale non consente ai sentimenti di sprigionarsi liberamente, senza intermediazione. Leggere poesie significa, prima di tutto, nutrire la propria anima, scriverle significa fotografarla, cogliere un “momento verissimo” dell’esistenza.
Se dessimo più spazio al pensiero, la poesia acquisirebbe una nuova dimensione e rieducherebbe le persone alla sensibilità e alle emozioni, elementi persi e ormai quasi dimenticati da una società che sembra apatica e insensibile. L’avvento di internet e dei social network ci ha illuso di poter vivere una dimensione virtuale, una “non-realtà” in cui ogni fragilità è celata dietro ad un selfie o ad uno schermo.
Compito dell’artista è quello invece di mostrare la fragilità dell’uomo, la sua esistenza imperfetta, dimostrando a tutti che si può essere felici, ma anche malinconici o turbati. Svelare le proprie emozioni non è mai stata una cosa semplice. Spesso, infatti, la persona emotiva viene considerata debole, mentre deboli sono piuttosto coloro che non vogliono ammettere il dolore o la paura, che non si interessano più del mondo e di loro stessi, se non attraverso sintetiche e fredde emoticon.
Ho letto di alcuni poeti che hanno deciso di sensibilizzare l’opinione pubblica appendendo i propri versi per le vie delle città. I muri si sono trasformati in essere animati capaci di parlare il linguaggio delle emozioni, di interagire con la realtà circostante, sollecitandola al risveglio.
Per questo apprezzo il MeP, un movimento per l’emancipazione della poesia, una sfida alla frenesia dei tempi moderni, alla velocità dei corpi che si trasportano da una parte all’altra senza direzione. Anche l’uomo più distratto verrebbe attratto dalla potenza magnetica di parole che diventano versi e si manifestano grazie a queste iniziative artistiche che richiamano la nostra anima, sussurrandole: “Sono poesia, sono forza e debolezza, sono amore e dolore, coraggio e viltà, sono qui, ti sto chiamando…”
Si può solo amare la poesia, perché la poesia è per le strade, in una canzone, in un film, nella natura, nel volto di un amico, in uno sguardo, in una parola, in noi stessi.
Si può solo vivere la poesia, sempre e comunque.
BIGLIA
Una biglia attraversa le onde,
dondola e sfera, culla come gira il mare,
come soffia il vento e la prua e il sole,
come anima e sale,
come una cicatrice ardente di sabbia
e profumo, d’un anno addietro
che rivedo confuso
e un destino colato,
una pagina sciolta tra inchiostro e lacrime.
Una biglia attraversa le onde,
oscilla e traspare sul velo del mare
come ampolla, una bolla scompare
e la spuma inveisce il ritorno,
come gente invoca un ricordo,
come accordo risale e riscende,
trattiene e riprende,
e la biglia respira,
e il fato trascina la penna e la mano,
e riscrive il richiamo, il cammino
e l’istinto si fa vicino
e la vita si svolge, rammenta e risorge.
di Giulia Groccia










