Le sue dottrine segnerebbero la nascita di una riflessione improntata all’amore per la conoscenza. La scuola a lui intitolata fu il crogiolo nel cui ambito si svilupparono molte conoscenze, in particolare quelle matematiche e le sue applicazioni, come il noto teorema di Pitagora.
Pitagora è stato indicato in passato come l’autore del termine “filosofia” (φιλοσοφία), inteso come “amore per la sapienza”. La storia della filosofia fa risalire questo nuovo termine a fonti come Eraclide Pontico, Cicerone (nelle Tuscolane) e Diogene Laerzio (nelle Vite e dottrine dei più celebri filosofi).
L’importanza fondamentale della figura di Pitagora per la storia religiosa e filosofica dell’umanità è legata a regole proprie della vita, del bíos pythagorikós. La condotta di vita pitagorica contiene numerose regole, per lo più centrate sulla condizione di “purezza”. A queste regole verranno affiancate, in epoca tarda, spiegazioni simboliche. Oltre alle regole di “purezza”, fondamentali per il bíos pythagorikós, risultano le regole alimentari: la più nota consiste nella proibizione di cibarsi di essere animati, nel contempo tuttavia vi sono delle prescrizioni che consentono sia i sacrifici sia la consumazione di carne (solo alcuni tagli e solo di alcuni animali) il che fa sostenere a Riedweg che «il vegetarismo più rigoroso rimase probabilmente limitato alla cerchia più interna della comunità pitagorica, in cui non erano più in vigore i “criteri di socialità” normale, tra l’altro anche a motivo della comunione dei beni.» Altra regola fondamentale per i pitagorici riguardava l’astensione del consumo delle fave.
Una versione della morte di Pitagora è collegata all’idiosincrasia del filosofo e della sua Scuola per le fave, che i pitagorici si guardavano bene dal mangiare, evitando anche il semplice contatto. Secondo la leggenda, Pitagora stesso, in fuga dagli scherani di Cilone di Crotone, preferì farsi raggiungere e uccidere piuttosto che mettersi in salvo in un campo di fave.
Esistono due interpretazioni riguardo al divieto di mangiare fave. Secondo Gerald Hart, il favismo era una malattia diffusa nella zona del crotonese e ciò conferirebbe al divieto una motivazione profilattico-sanitaria. Pitagora viveva in zone di favismo diffuso, e da questo nasceva la sua proibizione igienica. Ma perché i medici greci non avevano identificato questa patologia? Nell’esperienza quotidiana le fave erano un cardine dell’alimentazione, che tutt’al più causava flatulenze e insonnia, e se qualcuno che aveva mangiato fave contemporaneamente si ammalava i due fatti non venivano collegati. Se dunque Pitagora dell’astenersi dal mangiare fave fa addirittura un precetto morale, è perché i greci del VI secolo a.C. avevano un modo diverso dal nostro di considerare le malattie, nel senso che le riferivano alla religione, per cui, come ha messo in luce Claude Lévi-Strauss, le fave erano considerate connesse al mondo dei morti, della decomposizione e dell’impurità, da cui il filosofo si deve tenere lontano.
«Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente.»
Pitagora è tradizionalmente considerato l’iniziatore del vegetarianismo in Occidente grazie ad alcuni versi delle Metamorfosi di Ovidio, che lo descrivono come il primo degli antichi a scagliarsi contro l’abitudine di cibarsi di animali, reputata dal filosofo un’inutile causa di stragi, dato che la terra offre piante e frutti sufficienti a nutrirsi senza spargimenti di sangue. Ovidio lega il vegetarianismo di Pitagora alla credenza nella metempsicosi, secondo cui negli animali vi è un’anima non diversa da quella degli esseri umani.