Il «Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale» firmato ieri a Palazzo Chigi parte dal rinnovo dei contratti nazionali del pubblico impiego. Una partita da 6,7 miliardi di euro fra pubblica amministrazione centrale (3,8 miliardi) e territoriale (2,9 miliardi), che offre 107 euro lordi di aumento mensile medio. L’intesa con Cgil, Cisl e Uil preparata dal ministro della Pa Renato Brunetta e firmata ieri nella Sala Verde di Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Mario Draghi ha prima di tutto un valore politico. E punta a replicare quello spirito di coesione che nel ’93 portò Carlo Azeglio Ciampi a costruire la nuova politica dei redditi (Brunetta era all’epoca consigliere economico della presidenza del Consiglio) nel nuovo contesto dell’Italia che andrà ricostruita dopo la pandemia.

E la scelta, «probabilmente unica in Europa» rivendica Brunetta, è quella di mettere al centro i lavoratori pubblici, «volto della Repubblica» secondo la definizione del presidente Mattarella richiamata ieri. «La pandemia e il piano di rilancio e resilienza richiedono nuove professionalità e nuove forme di lavoro. Nuove professionalità richiedono investimenti e nuove regole. Questo è quello che oggi stiamo cominciando: ci tengo a confronto e dialogo», ribadisce Draghi ai sindacati, confermando il registro adottato durante le consultazioni. «E’ il segnale che la pubblica amministrazione può diventare motore di sviluppo, creatrice di buona occupazione», dice il segretario generale della Cgil Landini. E il leader della Cisl Sbarra aggiunge: «Siamo sicuramente in una fase nuova, che esalta il ruolo delle relazioni sociali e imprime una spinta alla ripartenza».