L’espressione scura in volto di Sergio Mattarella, quando a tarda sera è costretto ad annunciare che non è stata trovata una quadra tra i partiti nelle consultazioni di Roberto Fico, è sintomo di chiara preoccupazione. Il capo dello stato annuncia allora che farà un governo “di alto profilo e che non debba identificarsi con alcuna formula politica”. Un governo del presidente, insomma. Guidato da Mario Draghi, l’estrema e la più autorevole risorsa del Paese, atteso già oggi a mezzogiorno al Quirinale. Si parlava dell’ex presidente della Bce già da giorni, anche se poi il Quirinale aveva smentito contatti telefonici tra Mattarella e Super Mario. Difficile che l’incontro sia stato programmato in fretta e furia ieri in poche ore: Mattarella aveva sicuramente previsto una débâcle come quella di ieri tra le forze politiche.

La crisi aperta venti giorni fa con il ritiro della delegazione di Italia viva dalla maggioranza si chiude nel peggiore dei modi, per le attese di stabilità cui il capo dello Stato sperava di non dover rinunciare. O meglio, nel migliore dei modi soltanto per Matteo Renzi, il rottamatore che a questa tabula rasa mirava fin dall’inizio. E che ha fatto di tutto per vanificare le consultazioni al Colle e la successiva esplorazione di Roberto Fico. A questo punto a Mattarella restavano solo “due strade tra loro alternative” che ha spiegato davanti alle telecamere, per far capire com’è maturata la sua scelta e sgombrare eventuali recriminazioni. Oggi Mario Draghi salirà dunque al Colle. Molto probabile che sia lui a dover rimettere la situazione in sesto.

In molti sanno che Draghi non vuole entrare in politica e non ha nessuna intenzione di farlo. Questa volta però potrebbe essere spinto da forza di responsabilità. Bisognerà vedere anche cosa ne pensa il parlamento. Nel M5S c’è scontro su tutto, anche sul nome di Super Mario. Di Maio e l’ala movimentista vedono in Draghi un passaggio traumatico ma in prospettiva proficuo per la maturazione del Movimento.

Poi c’è l’opposizione, che chiede a gran voce il ritorno ad elezioni, subito. “Il problema non è il nome della persona. E io l’ho anche detto a questa persona. Il punto è che cosa vuole fare e con chi”. Il leader della Lega Matteo Salvini non si sbilancia su Mario Draghi. Intervistato dal Corriere della Sera, alla luce dell’appello del presidente Mattarella a tutte le forze politiche, ribadisce che “noi abbiamo cinque priorità. E su queste decideremo. Per noi, si possono approvare rapidamente i decreti su queste priorità, e poi andare al voto a maggio o giugno. Entro l’11 aprile si può concludere il lavoro di approvazione delle misure urgenti per il Paese”. A Draghi, la Lega chiede “per prima cosa, un impegno a non aumentare in alcun modo le tasse. No alla patrimoniale, no agli aumenti dell’Imu. Chiunque voglia governare con la Lega, si chiami Draghi, Cartabia o Cottarelli, deve saperlo. E flat tax al 15 per cento e pace fiscale sulle cartelle esattoriali” e “no assoluto alla fine di quota cento”. Sottolinea che “il centrodestra si muoverà compatto, siamo già d’accordo. Non andremo in ordine sparso e sceglieremo il meglio per gli italiani. Ma sia chiaro che per ragionare con chiunque non firmeremo una cambiale in bianco. Se qualcuno non è d’accordo, amici come prima. E poi, ci vorrebbe un termine. Io vorrei festeggiare il primo maggio con un governo che lavora per cinque anni”. Quel governo potrebbe essere del centrodestra e Salvini lo sa bene perché sa leggere i sondaggi che danno la Lega ancora e sempre al primo posto.

Nel frattempo si lavora ai numeri e a sfaldare il M5S. Se da un lato emergono dubbi sulla tenuta di Forza Italia in caso di un “governo di larghe intese”, dall’altro, la Lega segue con attenzione cosa potrebbe accadere all’interno dell’area di “insoddisfatti” tra i senatori pentastellati. La notizia dell’addio di Emilio Carelli al M5S è stata accolta con grande soddisfazione da parte del partito verde che da giorni è molto attento all’insoddisfazione crescente in alcune anime del Movimento. Tanto che qualcuno, tra i leghisti, non esclude, magari non ora ma in futuro, uno “smottamento” a proprio favore di quell’area politica. Qualcosa di più di una sensazione, come spiega lo stesso Carelli a Rainews24: “Ho parlato con alcuni deputati e senatori del M5S e ho trovato una disponibilità, spero che nei prossimi giorni facciano un altro passo”. Carelli sbatte la porta quindi ad un M5S di impreparati e lo fa proprio durante le consultazioni di Fico. Un timing non casuale che vuole essere una secca risposta ad un movimento che “non mi ha mai ascoltato”. L’ex direttore di Sky TG24 lancia il “Centro-Popolari Italiani”, una “componente moderata di centrodestra” per aggregare “tutti i colleghi che intendono lasciare il M5S ma temono di restare isolati”. Insomma, i delusi. Come lui. Che potranno arrivare anche da FI o altri partiti, naturalmente. Salvini offrirebbe uno spazio politico e una potenziale candidatura a chi sceglie di approdare nel campo opposto a quello giallo-rosso. La mossa però potrebbe mettere in allarme Forza Italia, che è il partito moderato di centrodestra, appunto.

Matteo Salvini da giorni ha deciso di marcare stretto Fratelli d’Italia non lasciando che il partito di Giorgia Meloni sia l’unico a chiedere a gran voce le elezioni anticipate. Ma il naufragio del tentativo di Conte apre uno scenario totalmente nuovo, in cui tutto ovviamente torna in gioco. Da giorni, a partire da Silvio Berlusconi, il partito azzurro auspica un non ben definito “governo dei migliori”. Formula bocciata bruscamente dallo stesso Salvini: “Il governo dei migliori sostenuto dal Parlamento dei peggiori è una cosa surreale che fa rabbrividire”, osserva.

Detto questo, la Lega garantisce che il Presidente Berlusconi, parlando con Salvini, lo abbia rassicurato a favore di una linea unitaria. Anche il vicepresidente azzurro, Antonio Tajani, in modo molto netto ha escluso ogni ipotesi di accordo con i ‘giallorossi’: “Non esiste la sostanziale unità del Paese se manca mezzo Paese. Voglio dire una cosa chiara e netta: la maggioranza Ursula in Italia non esiste. Si è realizzata a Bruxelles – sottolinea l’ex Presidente del Parlamento europeo – perché a guida Partito Popolare Europeo, che ha vinto le elezioni, al quale gli altri si sono accodati”. Ma le voci dai gruppi parlamentari sono meno nette. Come già accaduto nella fase di ‘scouting’ dei cosiddetti ‘responsabili’, molti azzurri non si sono mossi rassicurati dal fatto che non ci sarebbero state le elezioni. Ma se quella condizione dovesse venire meno, tutto potrebbe cambiare repentinamente.