Sempre a metà tra comizio e spettacolo teatrale, ieri Beppe Grillo alla Camera ha salutato i “suoi” deputati con sotto il braccio i 32 fogli della bozza di Statuto a cui ha lavorato Giuseppe Conte, uscendo di scena come di soppiatto, furtivamente, tra le risate e gli applausi. Ha detto che Conte è certamente una «persona straordinaria», un «integerrimo», «voglio rafforzarlo», ma poi aggiungendo che «deve studiare», «deve capire che posso aiutarlo», «non conosce la nostra storia», «non può fare tutto da solo» perché «sono il garante, mica un coglione». L’“Elevato” vuole restare tale, non accetta di non avere l’ultima parola e così a Conte offre lo show che sa di avvertimento: i parlamentari che ancora lo amano, i media che lo inseguono. Una prova di una forza, come minimo; una «umiliazione» per Conte.
Ora si vedrà la reazione di Conte: potrebbe mollare o andare allo scontro diretto con l’Elevato. Andarsene no. Ormai è troppo tardi. Quello che è certo è che lo scontro all’interno delle fila pentastellate non cenna a terminare.
Conte aveva chiesto carta bianca e aveva creduto di averla avuta davvero e invece ha subito una sconfessione in piena regola. Accettare l’incarico in queste condizioni, con il Garante che per chiarire chi comanda pretende di fare una foto col nuovo simbolo in mano con tutti i senatori che Conte aveva incontrato il giorno prima, tentando di portarli dalla sua parte, sarebbe secondo chi gli è vicino folle.
Nel frattempo, sono intervenuti i mediatori, per scongiurare la rottura finale: la senatrice Paola Taverna, l’ex braccio destro di Grillo e di Davide Casaleggio Pietro Dettori, il portavoce di Conte Rocco Casalino, l’ex capo politico Luigi Di Maio, il reggente Vito Crimi. Chiedono a Grillo di smussare le pretese e tentano qualche compromesso mentre sull’altro fronte Conte, offeso, sembra già proiettato a sfoderare il piano B di un partito tutto suo, alternativo al M5S.
Fisco e lavoro, il calendario parlamentare
Le spese mancate per gli aiuti a fondo perduto portano il governo a sdoppiare il decreto sostegni-bis. La prossima settimana è infatti atteso in consiglio dei ministri un provvedimento ad hoc che si occuperà dell’ennesima estensione di due mesi per il blocco della riscossione, del rifinanziamento alla nuova Sabatini e di un capitolo lavoro che spazierà dalla decontribuzione per i settori più in difficoltà (a partire dal turismo) al nuovo intervento selettivo sullo stop ai licenziamenti accompagnato da un allungamento della cassa Covid.
A dettare l’esigenza di un nuovo decreto legge è il calendario fiscale, che per fermare ancora una volta le notifiche delle cartelle ha bisogno di una norma in vigore entro il 30 di giugno. Il finanziamento, quantificato per ora in 24 miliardi (ma potrebbe anche andare oltre i 3 miliardi), arriverà da una parte delle risorse che non sono state assorbite dagli aiuti a fondo perduto per l’assottigliarsi delIa platea a 1,8 milioni di partite Iva dai 3,3 stimati inizialmente dal governo. Ma i cosiddetti “risparmi” sono di più: il governo per ora ne certifica 4,2 miliardi, ma a consuntivo il dato potrebbe salire ancora come mostra il fatto che anche il secondo giro di bonifici (e crediti d’imposta) automatici non è andato oltre i 5,2 miliardi di euro, contro gli 8 stimati dal ministero dell’Economia quando si è trattato di scrivere la norma.
In ogni caso, il nuovo decreto dovrebbe assorbire solo la metà della mancata spesa certificata dal governo. Il resto sarà utilizzato per coprire gli emendamenti al decreto sostegni bis oggi in discussione alla Camera. Per quel che riguarda il nodo occupazione l’obiettivo dichiarato del ministro Andrea Orlando resta quello di consegnare al Parlamento il nuovo assetto degli ammortizzatori sociali entro la fine di luglio.
Ddl Zan, Parolin: non vogliamo bloccare iter
Di ritorno da una visita in Messico, il cardinale Pietro Parolin si trova a fare i conti con la pubblicazione della Nota Verbale della sua Segreteria di Stato sul ddl Zan e decide di abbassare i toni. Con una intervista rilasciata al direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli, il porporato vicentino si assume la responsabilità della Nota stessa e, insieme, attua una sorta di marcia indietro: non c’è da parte della Santa Sede alcuna volontà di bloccare il ddl. Le principali preoccupazioni riguardano «i problemi interpretativi» di un testo giudicato «troppo vago» sul concetto di discriminazione. Le parole di Draghi dell’altro ieri, con la rivendicazione della laicità dello Stato e la sua non confessionalità, spingono il diplomatico vaticano ad intervenire per gettare acqua sul fuoco delle polemiche: da parte della Santa Sede, dice il porporato, non c’è alcuna richiesta di fermare la legge contro l’omotransfobia né ci sono indebite pressioni sul lavoro del Parlamento italiano.
L’intento della Nota Verbale, insomma, è quello di portare all’attenzione dell’Italia alcune preoccupazioni riguardanti l’interpretazione di alcuni passaggi del testo stesso. Ma «concordo pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento».
Il Vaticano adesso si prepara a una trattativa lunga e difficile, avendo di fronte non Palazzo Chigi ma un Parlamento percorso da fremiti ideologici che al momento sembrano non dare spazio al dialogo; e soprattutto mostrano uno schieramento che va dal M5S al Pd, aggrappato in apparenza alla bandiera della legge Zan sull’omofobia così com’è, quasi fosse una sorta di confine invalicabile tra progresso e reazione.










