Lo scrittore e biochimico russo Isaac Asimov sosteneva quarant’anni fa che “la disumanità dei computer sta nel fatto che si comporta in maniera perfettamente onesta”.
All’alba del 2021, Asimov potrebbe ricredersi. La Columbia University di New York ha spalancato le porte dell’empatia ai robot attraverso un esperimento relativamente semplice, durante il quale un robot, dotato di intelligenza artificiale, è riuscito a capire le intenzioni di un suo simile e ad aiutarlo nell’intento di realizzare un obiettivo estremamente concreto: trovare del cibo nascosto. “È quel che avviene durante le interazioni umane e fra le macchine si è verificato senza bisogno di fornire alcuna informazione” spiega Cristina Becchio, scienziata dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. “È servita solo una telecamera montata sul primo robot, puntata sul secondo”.
Un esperimento che lascia spazio a ben poche interpretazioni ma ad un numero considerevole di quesiti, a partire dalla questione della teoria della mente, cioè dalla capacità effettiva di immaginare e di realizzare -tramite il calcolo- interazioni sociali, cooperazione, competizione, empatia e perfino imbroglio.
Fino a dove può spingersi l’intelligenza artificiale e soprattutto perché dovrebbe davvero invadere i confini della mente umana, dal momento che l’uomo è già arrivato sulla luna con una tecnologia nemmeno lontanamente paragonabile a quella di un moderno smartphone?
Esempi odierni, alla portata di tutti, di intelligenza artificiale sono i software in grado di tracciare e riprodurre movimenti o azioni tramite il riconoscimento di pixel di contenuti multimediali: è possibile infatti impostare un effetto speciale e lasciare che sia il programma stesso ad adattarlo automaticamente al contenuto.
Nulla di empatico, però. Solo calcoli atti a semplificare la vita.
Tuttavia una svolta segnata dalla nascita di una empatia digitale in ambito tecnico scientifico, trova applicazione immediata in settori più rischiosi ed importanti dei sopracitati effetti speciali. In futuro, i robot in grado di prevedere e di analizzare dati raccolti in loco e convertiti in impulsi senza necessità di programmazione o di istruzioni, potrebbero assistere persone affette da disabilità o essere fautori di interventi chirurgici di massimo livello.
Resta ad interpretazione del grande pubblico la fase ultima del futuro e dell’eventuale successo di una intelligenza artificiale empatica in grado di interagire con noi in modo imprevedibile: sarebbe infatti la prima tecnologia della storia a dover fare i conti alla pari (o quasi) con l’essere umano. Dall’abaco alla Macchina di Anticitera, al calcolatore di Alan Turing in grado di decrittare i cifrari tedeschi durante la seconda guerra mondiale, fino alla genialità di visionari in grado di creare tecnologie atte a conservare migliaia di brani musicali in una scatoletta di metallo, l’uomo da sempre si è solo servito della tecnologia senza mai rapportarsi con essa in modo umano, diretto, puro, sentimentale, al massimo appassionato in mero senso di interesse ludico.
Dopo il semplice esperimento della Columbia University, che nel giro di due ore ha visto un robot imparare qualcosa autonomamente con una percentuale di errore bassissima (2%), la domanda non è più se un giorno la tecnologia sarà in grado di pensare come l’essere umano, ma se l’essere umano sarà in grado di scendere a patti con la tecnologia e dialogare con essa alla pari.










