Il campione della corsa Alberto Cova: “Studiavo da ragioniere, ma il mio sogno era correre”

Alberto Cova, ragioniere e campione. Un conio perfetto che si esprime nel valore assoluto di quegli ori vinti con tripletta nella disciplina dei 10.000 m piani agli Europei 1982, nei Campionati mondiali di Helsinki 1983 e alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Una di quelle persone che non incontri per caso, ma che la vita ti presenta sul cammino per una ragione più profonda. Alberto è un uomo speciale e l’ho capito tempo addietro quando ebbi modo per la prima volta di rivivere la sua storia attraverso le sue parole che scorrevano fluide, coraggiose ed intense esattamente come le sue vittorie. Decisi allora che quella storia avrebbe meritato di essere ricordata in un’occasione speciale come quella che proprio oggi ci consente di raccontare, sul nascere di questa iniziativa editoriale, la trasformazione di una vita normale in qualcosa di straordinario. Alberto Cova sa di avere vinto il suo primo oro anche grazie al diploma da ragioniere.

Vuole spiegarci in che modo?

“Il diploma da ragioniere è stato uno degli obiettivi importanti della mia giovinezza, un pezzo di carta che avrebbe garantito subito a chiunque un posto fisso o la possibilità di continuare gli studi all’università. La banca sarebbe stato comunque lo sbocco professionale più scontato per una vita sicura fatta di sedici mensilità e mia mamma, da brava sarta, già mi vedeva vestito con un bell’abito fatto su misura per il lavoro. Io invece volevo andare a correre in maglietta e pantaloncini, assaporando la libertà e immaginando l’avventura che avevo sognato da sempre.”

Potremmo quindi dire che la sua è stata una sorta di provocazione personale e sociale insieme?

“Il mio è stato un desiderio personale che da ragazzino coltivavo vivendo l’atletica con divertimento e passione e seguendo l’esempio di molti sportivi che negli anni 70’ vincevano la loro olimpiade. Allo stesso modo io sognavo di conquistare la mia. Ero un ragazzino creativo e vedevo che tutti facevano le stesse cose, vivevano vite in serie tutte uguali le une alle altre. Mi sono chiesto come potessi essere diverso da quel modello sociale e ho capito che l’atletica avrebbe determinato il mio punto di svolta, la giusta chiave di lettura per le pagine che volevo scrivere.”

Questo significa che al di là dei diplomi, delle lauree, dei master e dei corsi di specializzazione, se sai chi sei e cosa vuoi fare nella vita, puoi sempre raggiungere l’obiettivo? Oppure prima era più semplice?

“Non so se prima fosse più semplice perché lasciare la strada sicura del posto fisso, stare anni ad allenarsi senza possibilità di guadagnare nulla e convincere i miei genitori operai che l’atletica sarebbe stato un percorso vincente, non è stato facile. Ho però trovato una soluzione adeguata che mi ha consentito di aiutare economicamente la mia famiglia grazie al lavoro da ragioniere che esercitavo per metà giornata presso la Pro Patria, la società con la quale mi allenavo da atleta evoluto. Le restanti ore del giorno erano dedicate all’allenamento sotto la guida di Giorgio Rondelli e questa vita fatta di impegni alternati è durata quattro anni. Dopo la vittoria agli Europei del 1982, mi sono infatti completamente dedicato all’atletica per raggiungere gli obiettivi del mondiale e delle olimpiadi.

La mia giornata tipo era così scandita tra allenamenti e lavoro e non prevedeva i divertimenti tipici di un diciottenne, perché avevo nella testa i due appuntamenti decisivi della mia vita. Per questi motivi non ho mai vissuto le mie scelte da sportivo come un sacrificio. Ho profuso impegno, costanza e concentrazione in ogni singolo istante che vivevo e ho visto crescere in me il sogno, giorno dopo giorno. Lo sport è fatica fisica e mentale insieme, la propulsione di cuore e ragione per raggiungere la prestazione migliore in tutte le prove.”

Quanto è contato il talento rispetto alla forza di volontà?

“C’è stata senza dubbio una grossa componente di forza di volontà, anche perché nessuno mi aveva mai detto di essere talentuoso ed io stesso conoscevo atleti molto dotati che avevano risultati incredibili ma nel tempo si sono persi. In definitiva ero un ragazzo “anonimo” che si è sempre dato obiettivi più alti di quelli che aveva appena raggiunto, grazie ad una forte determinazione. A vent’anni ero fisicamente alla pari con gli altri miei compagni e da quel momento in poi è emerso il talento. E forse lo avevo davvero: piedi buoni, corsa elastica facilitata da una buona economia dell’apparato cardiaco.”

Sono cambiate oggi le priorità, gli scenari di contesto o semplicemente l’approccio di un giovane nel trasformare il pensiero in azione rispetto agli anni ‘80?

“Le condizioni generali di oggi sono differenti. Grazie ai progressi della tecnologia digitale si sono aperte immense opportunità che pongono i ragazzi in posizione di vantaggio rispetto ai miei tempi. Oggi se un giovane vuole fare qualcosa di specifico è in grado di acquisire senza fatica tutte le informazioni utili per orientare le proprie scelte, ma il rischio di perdersi in mezzo a tutta questa pluralità di offerta è molto elevato ed alimenta le incertezze, facendo disperdere energie e distraendo dall’obiettivo originario. Il benessere raggiunto dopo il boom economico ha penalizzato i figli delle nuove generazioni che si sono ritrovati da una parte una vita più semplice ma dall’altra privati della fame di successo. Viviamo un’epoca in cui sembra non esserci posto per tutti, il covid ha stravolto le nostre esistenze, tuttavia è necessario pensare sempre in grande. Vincere la propria olimpiade significa infatti avere un sogno importante da raggiungere e solo puntando in alto si possono avere risultati sopra la media.”

Torniamo alla sua storia partendo dal suo nome, che sembra averla preparata ad una vita di successo. Alberto significa “nobile, illustre, famoso”. Cos’ha risposto all’appello della vita?

“Non avevo mai posto attenzione sul significato e sul valore del mio nome e alla fine devo ringraziare i miei genitori che, avendo deciso di chiamarmi così, mi hanno in qualche modo affidato un compito. Io sono stato un figlio molto desiderato, mia madre ha fatto di tutto per portare a termine la gravidanza affinchè nascessi. Quella fatica nel mettermi alla luce è stata propedeutica a tutto ciò che è arrivato dopo e forse, inconsciamente, il significato recondito del mio nome ha incoraggiato l’evoluzione degli eventi nella direzione che hanno poi avuto.”

Quante crisi, quante difficoltà e quanta solitudine.

“La corsa è solitudine, una meravigliosa solitudine che ti porta a conoscere te stesso, ascoltare il tuo corpo e i muscoli che si muovono, sentire il tuo cuore e la tua testa. Anche solitudine del pensiero, che mi portava ad interrogarmi sulla correttezza delle mie scelte nei momenti di difficoltà e di paura, sui quali pesavano la responsabilità delle mie decisioni e la pressione delle aspettative degli altri. Sono stato fortunato nel trovare una società che mi ha permesso di fare atletica a livello internazionale, un allenatore e una squadra che mi hanno aiutato ad affrontare il lavoro e le competizioni, offrendomi gli strumenti ottimali per migliorarmi e dare il massimo.”

Sei stato un uomo che ha avuto fame di vita e di felicità. Qual è il consiglio più prezioso che l’Alberto di allora e quello di oggi può dispensare ai ragazzi?

“Conoscere se stessi è l’unico consiglio che mi sento di dare. Non è facile, non è scontato ma è il punto di partenza per vincere la sola sfida che conta: essere presenti alla vita.”