La sala è la sala del “Mappamondo”, venti metri di sala. In lunghezza. La scrivania è in fondo, mogano scuro, larga, piena di carte. La sedia, dietro. Per gli ospiti illustri, poltrone. Tre poltrone.
Io aspetto in piedi. Per la precisione, ciondolo in giro, osservando gli affreschi alle pareti. Sono del “Mantegna”, ho letto su internet. E se sono del “Mantegna” vuol dire che sono belli o che comunque mi devono piacere. Così va il mondo. In effetti un po’ di soggezione la mettono. Così va il mondo. Dall’altro lato della sala, finestre. Quella centrale è la finestra. Appena fuori, un balcone.
Il Suo balcone su Piazza Venezia.
Sì, ma Lui dov’è? Mi han detto di aspettarlo qui, e va bene. Ma per quanto? Considerato che “qui”, nell’immaginazione, significa stare fuori dal tempo e dallo spazio, potrebbero volerci ore, settimane, mesi (più precisamente non-ore, non-settimane e non-mesi del non-tempo).
Forse bisogna chiamarlo, mi suggerisco, dopo aver lasciato passare qualche non-minuto di silenzio assoluto.
Forse Lui è abituato a farsi annunciare, magari ci tiene, poverino. Magari gli è rimasta addosso quella roba lì dei potenti, per cui, poverini, hanno sempre bisogno di qualcuno di non-potente che li chiami. Qualcuno che li invochi in qualche modo. Va be, ci provo. Non so se ci riesco, ma ci provo.
“Duce?”.
Il primo tentativo mi esce appannato, come uno che chiede permesso entrando in casa d’altri.
“Duce?” .
Il secondo è ancora peggio, sembra il richiamo di un cagnolino: “Duce? Duce, vieni qui, dai…”
Per il terzo mi attrezzo con fin troppo trasporto, da seduta spiritica.
“Duce? Duce, ci siete?”
Niente, neanche stavolta. Ma dove si sarà cacciato, inizio a chiedermi, scrutando istintivamente sotto la scrivania, tra le poltrone, come fosse un mazzo di chiavi, un telefonino, una bolletta perduta.
Niente. Non è da nessuna parte.
“Duce? Duce, per cortesia, devo farle l’intervista impossibile per Edizione Straordinaria. Per cortesia, questione di poco, promesso”, provo con la supplica, ma dentro di me inizio a maledire Lui e soprattutto me stesso. Perché devo sempre infilarmi in questi gineprai surreali? Non potevo scrivere un bell’articolone serio serio serio, con tutta una bella impalcatura di solide letture, di premesse, di considerazioni, di quelli che non legge nessuno, ma che mettono soggezione per quanto sono scritti fitti e zeppi di citazioni, paroloni eccetera. No. Io mi devo impelagare in questo posto fuori dal tempo, dove non mi posso godere neanche gli affreschi del Mantegna, perché la mia cultura da capra non sa niente del Mantegna. Così, tutto quello che vedo (che non-vedo, nel non-luogo) è una specie di Adamo disegnato tutto sbilenco, rigido come un manichino inclinato lungo la diagonale della parete. Un Adamo con i capelli lunghi, tutto nudo, foglia di fico a parte, e che fa “ciao” con la manina. O sarà un saluto romano? Ma pensa…Comunque, io mi sa che non ci riesco a intervistare il Duce. Scusatemi, spettabile pubblico, scusatemi, ma io qui non riesco a vedere nessun Duce. C’è solo un gran freddo, per adesso. A meno che. A meno che, quella specie di pulviscolo…intendo quello che filtra dalla finestra…
“Duce? Siete voi, il Duce?”
“…aui-iui…”
Non sono del tutto sicuro che sia una risposta soddisfacente “…aui-iui…”, ma sembrerebbe almeno il miraggio di una non-voce.
“Duce? Siete voi?”
“…aui-iui…”, nel pulviscolo, un puntiforme agitarsi della polvere, quasi una non-sagoma.
“…aui-iui…”, ripete la non-voce della non-sagoma. Dico che lo ripete, ma potrebbe benissimo essere il cigolare degli infissi, tanto è impalpabile.
E io, nel mio piccolo, se permettete, un po’ mi incazzo. Mi incazzo e lo incalzo.
“Duce, mi spiega io come faccio a farle un’intervista, se lei risponde alle domande usando solo le vocali? Almeno dica “aiuola”, sarebbe già qualcosa”
Macchè, quello imperterrito continua: “…aui-iui…”.
Bella roba. Cos’ha da dire il Duce del Fascismo, il personaggio più controverso della nostra storia, in questa mia intervista impossibile? Niente. Anzi peggio che niente. Magari dicesse niente.
“…aui.iui…”, dice.
“Va be, ho capito, aui-iui, tutto qui?”, gli rinfaccio, ormai piuttosto alterato, mentre con la non-mano inizio a frullargli tutto il pulviscolo da cui esce quella non-voce, “tutto qui, quel che resta del Duce?”, domando senza pietà, mentre la polvere si scompone in una costellazione insensata di puntini.
“…eeee…”
Stavolta è un sibilo, quasi percettibile. “…eeee…”. E dentro, c’è una specie di rassegnazione, di tristezza, di compimento che sembra dissolversi nelle mie orecchie. Come un’ammissione, come dicesse, con quel “…eee…”, che Lui, il Duce, non può farci niente. Che le cose stanno così. Che il Duce di cui tanto si parla è ormai un pulviscolo atono. Meno, meno, molto meno di un fantasma.
E allora, capitemi. Mettetevi nei miei non-panni e capite che un po’ mi rincresce. Poverino, penso.
E sull’onda di questa impossibile tenerezza cerco di dire qualcosa per cavare me, e Lui, dall’imbarazzo.
Senza troppo pensare, quello che mi esce, disidratato da ogni ragionamento politico è soltanto un “Mi spiace”, a cui, in un moto di familiarità, non so perché, aggiungo il suo nome.
“Mi spiace, Benito”.
“E di che?”
Ora la voce è la Voce. Potrei giurarci. Lo è. Almeno quanto le mie spalle sono le mie spalle.
La voce mi sorprende alle spalle.

“E che cos’è questa scuderia da baciapile dove mi trovo?”, domanda, nel preciso istante in cui io mi giro con tutto il mio non-corpo e i miei poveri occhi incoccano in due proiettili mobilissimi, sormontati da sopracciglia categoriche.
“Duce, voi…”, riesco solo a mormorare, prima che le sue parole mi spezzino la frase a metà
“Pinti? Caro compagno Pinti, anche tu qui”.
“Pinti…com’è che mi riconosce? E perché mi chiama compagno Pinti?”.
Vorrei rispondere. Rispondere qualcosa, qualunque cosa, anche “…aui-iui…”, ma Benito non mi dà tregua.
“Perché fai quella faccia, compagno Pinti? Non ti dispiacerà che io ti chiami compagno, suvvia. Riformisti o rivoluzionari, siam pur sempre socialisti. Due socialisti finiti in questa tomba pretesca”, aggiunge, roteando le orbite sugli affreschi.
“Mantegna, pensavo meglio”, conclude, con una smorfia di perplessità sull’Adamo inclinato.
Quanto a me, scusatemi, spettabile pubblico, ma ancora non mi ci raccapezzo.
Socialisti, io e il Duce, due socialisti. E poi, Pinti mi chiama, come se ci conoscessimo. E poi, e poi, a vederlo con quel suo completo marrone, le scarpe lise, la barba di due giorni, insomma, non sembra il Duce.
“Duce, ma siete voi?”
“ Ma che Duce e Duce! Pinti, sei ammattito? Sarà effetto della Palmira, gran donna la Palmira. Bel colpo, Pinti. Però adesso muoviti. Andiamocene di qui. Questo posto è lugubre, nessuno dovrebbe starci in un posto così. Mai”
“Ma veramente, Duce”, non riesco a trattenermi, lo dico, “Duce, questo è il vostro ufficio”.
Mussolini si blocca sulla porta. Mi guarda. Sorride.
“Pinti, Pinti, sarai un panciafichista riformista, ma l’umorismo ti salva. Questo il mio ufficio, dici?”
“…eee…”
“Caro Pinti, quando il proletariato spezzerà le catene, dei posti come questo sai che ne fa-re-mo? Granai, caro Pinti. Gra-nai per il popolo, altroché uffici di corvacci medievali, vestiti di nero poi…”
Ancora non ha finito la frase che già scende le scale. Io dietro.
“Basterebbe quel colore da sciagurati, il nero” – grida mentre si precipita giù dalle scale – “ per capire che la Chiesa è un male da estirpare…”
A correr così, in un amen, siamo al pian terreno, dove Mussolini si attacca al portone, caricando di spalla come mettesse in conto di dover fare i conti con un qualche ingombro dall’altra parte.
“Compagno, qua la spalla, aiutami”. E io che ancora non ci credo, comunque obbedisco.
Spingiamo e spingiamo, finché la soglia si schiude in avanti
Stridere di cardini.
Poi luce.
Luce di tramonto, accecante, si irradia felice su un mare di spighe di grano.
In fondo al paesaggio, un uomo alla guida di un carretto ci viene incontro, si avvicina molto più velocemente di quanto non prometta l’andatura del mulo che lo precede.
Io e Benito ci allineiamo, ai lati della sterrata.
Quando ci passa accanto, dice qualcosa.
“Mo Bèn! Mo t’ci propri te boia d’e! Mo t’ci incora a e mondo,c’ut avness un chencar ?”

Le parole non suonano proprio gentilissime, ma il sorriso aperto di quell’uomo che parla dall’alto del biroccio la dice più lunga di qualsiasi traduzione. Soprattutto, io inizio a capirci qualcosa.
Siamo in Romagna. Anno del Signore, Millenovecento e pochi spiccioli. Mussolini socialista.
Il tempo di realizzare queste poche, ma utilissime informazioni, e tra il carrettiere e Benito si è già consumata una piccola contrattazione, da cui otteniamo il permesso di sederci sul retro del rimorchio e da lì, spalla a spalla, la campagna inizia a scorrerci accanto, al ritmo lento degli zoccoli sul selciato.
“E quindi, caro Pinti, come mai da queste parti?”, mi domanda Lui a un certo punto, senza tuttavia investirmi dell’attenzione del suo sguardo che vagola pigro, prima tra i campi, poi sulla striscia d’erba che delimita la metà della strada, per fissarsi infine da qualche parte oltre le colline.
“L’idea era intervistarvi…volevo dire, intervistarti…caro Ben”.
“Intervistare me, il direttore dell’Avanti? Questa poi…”, nel dirlo per un istante mi guarda, così, di sfuggita, giusto per farmi capire che l’ipotesi lo fa sorridere.
“Clemente Pinti, il fido scudiero di Filippo Turati, riformista dei riformisti, che vuole intervistare quel maledetto diavolo massimalista di Benito Mussolini?”, aggiunge poi come a sbugiardare un maldestro bluff.

“Eh, infatti non sono davvero venuto per questo, caro compagno direttore…”, rispondo io che finalmente ho capito tutta questa storia del “compagno Pinti”. Mi ha scambiato per mio bisnonno, Clemente Pinti. Agli inizi del secolo fu un personaggio di un certo peso nel Partito Socialista. Sindacalista metalmeccanico, era in effetti un turatiano riformista, cioè moderato. E la Palmira a cui accennava il non-Duce poco prima, era Palmira Bassetti, mia bisnonna, attrice di varietà con predilezione per il tema patriottico: “Tripoli bel suol d’amore” e robe così.
Un bell’equivoco, non c’è che dire, essere scambiati per il proprio bisnonno. Ma decido di stare al gioco.
“In effetti è proprio Turati che mi manda…”, ammetto dunque, rafforzando la presunta capitolazione con un dondolio complice della mia spalla sinistra contro la sua destra.
“Sai, caro Ben, Filippo è molto preoccupato”, lascio poi cadere, come se non servisse specificare di più per capire quel che intendo. E la mia recita dev’essere convincente, perché Mussolini abbocca. E inizia a parlare…
“ Si vede, si sente nell’aria che grandi cose stanno arrivando”, attacca strabuzzando un poco gli occhi, ma non in quel modo grottesco a cui lo ridurrà la propaganda dei cinegiornali, no. E’ un moto di viva intelligenza che lo scuote, come chi percepisce dai minimi segnali ciò che deve venire.
“Tutto questo entusiasmo per le meraviglie della tecnica”, continua, “credimi, presto tutto questo entusiasmo volgerà in terrore. Presto le grandi forze della storia si metteranno in moto, già si percepisce qualcosa, ma è poco. Poco, a confronto di quel che vedremo”.
Segue silenzio. Campi di grano. Scalpiccio di zoccoli sul pietrisco. Una canzone a mezza voce, dal posto del carrettiere… “…eppur la nostra idea / non è che idea d’amor…” .
Benito si lascia incantare appena, poi, come ricordandosi di me, riprende.
“All’inizio gli speculatori penseranno di guadagnarci. Penseranno che qualsiasi cosa accada, loro potranno sempre approfittarne per accumulare più capitale. Ma presto, caro Pinti, presto la discordia tra gli approfittatori, seminerà il caos per il mondo. E il popolo. Noi dobbiamo stare molto attenti al popolo, caro Pinti. Perché il popolo potrebbe fare il solito errore che fa il popolo: fidarsi. Capisci cosa intendo? Al posto del progresso umano e sociale, potrebbe scegliere la scorciatoia della tirannia. Affidarsi all’uomo forte, mi capisci. Supplicarne il bastone, pur di vedere un po’ d’ordine nel mondo. Quello è il pericolo che vede Filippo, e che vedo anch’io. Per questo dobbiamo vigilare che nessuno dei nostri accetti il baratto della libertà per la sicurezza, della dignità per un tozzo di pane o qualche altra assistenza…Caro Pinti, il progresso conta i secoli, la tirannia i minuti. Basta un mezzo pretesto, una parvenza di legalità formale, e qualsiasi Governo borghese può trasformarsi da un giorno all’altro in uno stato di polizia. Quanto ci vuole a sospendere migliaia di passaporti? A creare Tribunali Speciali? A inventare sedicenti misure di prevenzione per isolare o incarcerare i pensatori scomodi di un Paese? Una notte, caro Pinti, una notte. Una notte e un guitto qualsiasi che s’adatti a recitare la parte del salvatore della patria, magari servendosi di qualche vecchio arnese della burocrazia per rendere impossibile la vita a chi non si adegua alla corrente. A volte non serve costringere a qualcosa, caro Pinti, è sufficiente proibire tutte le altre. Per questo noi socialisti, riformisti o rivoluzionari, dobbiamo stare ugualmente all’erta. Sempre. Perché questo genere di traditori dell’umanità si nascondono dove meno te li aspetti, financo in mezzo a noi…”
“Financo…”, gli faccio eco io, soppesando il rospo che mi si agita in gola.

“Ma non dobbiamo temere, caro compagno”, Mussolini ora guarda il cielo, con le gambe incrociate a penzoloni. Sembra un bambino. Un bambino con un cranio gigantesco.
“Non dobbiamo temere, caro compagno Pinti, il nostro lavoro non è per l’oggi e nemmeno per il domani. Noi lavoriamo per l’uomo del prossimo secolo e del prossimo millennio. L’uomo che sarà finalmente libero da dogmi e imposizioni, da censure e ricatti, da governi e schiavitù e che guarderà a noi con meraviglia, come a coloro che per primi hanno saputo seminare idee che toccherà a loro far germogliare. Il lavoro, la libertà, la spontanea fratellanza tra i popoli, sono tutte conquiste inevitabili che…”
“Benito…”
“Eh…?”
“No dico, Benito, ecco mi sembra giusto a questo punto dirti una cosa…”
“Cosa, compagno, cosa?”
“Scusa, ma sento che è un’occasione importante, anche a costo di passare per pazzo, poco importa. Ascoltami bene, Benito. Io ora ti dirò delle cose che spero ti possano servire in futuro per non fare altre cose, diciamo…”
“Compagno Pinti, non ti seguo, a chi serviranno?”
“A te!”
“A noi! Caro, mio, se serviranno è perché serviranno… a noi! Dobbiamo ragionare come una cosa sola, vedi queste spighe nel carretto? Ognuna di loro, presa da sola, è quanto di più fragile, ma se le metti tutte insieme e ne fai un fascio…”
“Ecco, appunto io ti dovrei mettere in guardia da alcune cose che…”
“Va bene, va bene, panciafichista, sarò tutto orecchi, ma dopo, ne parliamo dopo. Prima ho bisogno di essere a stomaco pieno, ti fermi a cena, si? Rachele non sarà una del varietà, ma cucina di quei tortelli…”
Segue silenzio. Campi di grano. Scalpiccio di zoccoli sul pietrisco. La canzone a mezza voce, dal posto del carrettiere… “…eppur la nostra idea / non è che idea d’amor…”.










