“Ho smesso di essere insegnante e sono diventata una burocrate”. La confessione shock diventa virale

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Docente di Filosofia presso il liceo Statale Guglielmotti di Civitavecchia, Sara Bartolomeo è autrice di un recente post diventato letteralmente virale su Facebook, ottenendo decine di migliaia di like e condivisioni.

Nel post racconta con semplicità quello che lei definisce “uno dei momenti più intensi della mia carriera da docente” e che le ha aperto gli occhi sul disagio profondo che vivono gli studenti da un anno a questa parte, costretti alla didattica a distanza, alla perdita della socialità, alla compromissione delle amicizie, delle relazioni, dei rapporti interpersonali.

Noi di Edizione Straordinaria, da sempre sensibili alla necessità di ritornare urgentemente a una dimensione umana dell’esistenza, soprattutto per i più giovani, abbiamo voluto indagare il punto di vista consapevole di un’insegnante che d’un tratto si è accorta di aver perso il suo vero ruolo, diventando soltanto una burocrate.

Credo di aver vissuto oggi uno dei momenti più intensi della mia carriera da docente. Tutto è iniziato questa mattina,…

Pubblicato da Sara Bartolomeo su Venerdì 15 gennaio 2021

 

Professoressa, è un anno ormai che la scuola, in particolar modo quella di grado superiore, è stata costretta a chiusure prolungate, alla didattica a distanza totale o parziale. Che cosa pensa di queste misure che hanno colpito pesantemente il mondo della scuola?

Ritengo che le misure adottate dal Governo per tentare di arginare la pandemia fossero necessarie; altrimenti il nemico silente, così come in molti lo chiamano, nella scuola avrebbe trovato un terreno estremamente fertile; ma dall’altro lato, quello più strettamente umano e professionale sento che la scuola ha subito un colpo fortissimo infatti, nonostante le mille propagande che si rincorrono da decenni sulla digitalizzazione della scuola, questa così come la conosciamo noi non era pronta a fare il salto che dal reale la conducesse al virtuale.

Il 15 gennaio 2021 ha scritto su Facebook che la mattina dello stesso giorno ha vissuto uno dei momenti più significativi della sua carriera di insegnante. Durante un’ora di DaD i suoi alunni, sulla spinta di una studentessa piuttosto diligente e attenta, le hanno manifestato con estrema sincerità di avere bisogno di ascolto, di un semplice “Come stai?”, di una vita normale, di certezze sul futuro. Di che cosa si è accorta in quel momento?

Mi sono accorta che dovevo fermarmi. Che era necessario che disinstallassi il pilota automatico che avevo inconsciamente installato, che ritornassi alla dimensione umana, quella che avevo messo al centro del mio operato quando ho scelto di fare l’insegnante, ma che per una serie di questioni sia personali che non avevo dimenticato, probabilmente era il mio modo di rispondere al malessere che dilagava nella scuola.

Cosa si è sentita di dire a questi adolescenti che le hanno esternato il loro stato d’animo?

Dai miei alunni, e dagli adolescenti in generale (in questi mesi mi è capitato di parlare con tanti di loro) mi sono sentita dire tante cose, ho raccolto tanta sofferenza e preoccupazione per il futuro. Mi è capitato di provare ad immedesimarmi, a pensare alla mia di adolescenza ai tempi del Coronavirus, non le nascondo di aver provato un brivido lungo la schiena. Un senso di tristezza, in questi giorni ad esempio si stanno ‘celebrando’ i 100 giorni all’esame, un’usanza molto sentita a Roma e provincia, giornata nella quale i ragazzi fanno il conto dei giorni che mancano all’esame: per il secondo anno consecutivo i ristoranti, le spiagge e le scampagnate hanno lasciato il posto alle video conferenze di Meet, uno stravolgimento di vita nello stravolgimento generale, perché non è vero che i ragazzi sono inconsapevoli, molti vivono l’angoscia dei problemi lavorativi dei genitori, o le preoccupazioni per lo stato di salute dei nonni, insomma credo che spesso la società li dipinga peggio di quello che in realtà sono.

La didattica a distanza ha ridotto alunni e professori a vivere giornate, come dice lei, senza colori, ad essere caselline Meet, non più esseri umani che tessono relazioni e vivono di dialogo, quello vero, di ascolto ed empatia. Questi ultimi sono elementi indispensabili per la vita di ogni individuo ma soprattutto per ragazzi adolescenti che si affacciano alla vita. In che termini ritiene che la DaD abbia influito su questi aspetti così fondamentali?

Ho sempre pensato che alla base dell’insegnamento ci sia l’empatia, come ci insegna addirittura Quintiliano, che ritiene che il buon maestro sia colui che riesce a cogliere le inclinazioni dell’allievo. Fatta questa premessa, in un luogo freddo come un Pc (quando sia ha la fortuna e possibilità di averne uno) diventa difficile portare avanti un dialogo fluido, libero e produttivo. In molti casi ci si trova davanti ad una barriera che in un certo senso blocca le emozioni o le rende meno autentiche di ciò che in realtà sono.

Il suo post ha ottenuto migliaia di like e condivisioni (quasi 100 mila). Si aspettava un così grande apprezzamento?

Sinceramente no, non me lo aspettavo. Il mio è stato uno sfogo, un voler condividere con tutta una serie di emozioni che avevo dentro già da un po’. Il post è diventato come si dice in gergo virale, non perché sia io particolarmente famosa o piena di follower, ma semplicemente perché evidentemente bisognava accendere le luci su di una problematica che noi adulti non abbiamo voluto guardare, sicuramente perché impegnati ad assecondare il nostro bisogno di sicurezza in un momento dove tutto andava a rotoli e le sicurezze e le certezze si facevano sempre più lontane.

In che modo bisogna agire affinché questi ragazzi non si spengano, non siano passivi di fronte alla realtà e ritornino ad avere il sorriso?

Io una ricetta non ce l’ho, ma desidererei tanto averla. Sicuramente potrebbe bastare un pochino di ascolto in più, in casa come a scuola. Ricordarci che quelli che oggi consideriamo solo dei ragazzini, anche un pochino capricciosi, saranno gli uomini e le donne di domani, quelli che nel pieno della loro adolescenza si sono ritrovati travolti da un virus, da una situazione surreale che tutt’al più avevano immaginato leggendo in un libro di storia della peste del Trecento.

Che messaggio straordinario desidera offrire agli studenti e ai docenti di tutta Italia?

Non smettete, anzi, non smettiamo di sognare perché sono proprio i sogni che, anche nelle notti più buie, ci danno la forza di andare avanti.