Ancora 48 ore per mediare e trovare un equilibrio, un “punto di caduta”, come lo definisce il capogruppo al Senato Ettore Licheri. Altrimenti mercoledì, giorno del voto di fiducia del governo Draghi, sarà scissione. Per evitarla nel M5S, che ieri ha vissuto un’altra giornata di psicodramma interno, c’è chi invoca l’intervento di Beppe Grillo. La partecipazione del garante alla prossima assemblea congiunta potrebbe ridurre al minimo la fuoriuscita di parlamentari che, secondo i rumors delle ultime ore, arriva a quota 40 tra Camera e Senato. Crimi promette: se abbattono la prescrizione usciamo dal governo. Casaleggio preme per una mediazione che invece crea più attriti che altro. Non è ufficiale ma mercoledì, giorno della fiducia al Senato di Mario Draghi, i dissidenti dovrebbero indire una conferenza stampa con i deputati per il no. Intanto all’opposizione a Draghi, insieme a FdI, ieri si è aggiunta anche Sinistra Italia provocando la spaccatura dentro LeU che voterà “sì” riconfermando Roberto Speranza alla Salute.

Tra i punti più delicati sicuramente la riforma fiscale. Sarà articolata e di ampio respiro. Così si dice e così ne ha parlato Draghi durante le consultazioni con i partiti. È ipotizzabile una riduzione ulteriore del cuneo fiscale, comunque all’insegna della progressività dell’imposta. Se si dovesse ridurre il carico fiscale sui redditi sotto i 40-50.000 euro il minor gettito potrebbe essere compensato da norme nuove contro l’evasione fiscale o dallo spostamento del carico della tassazione dai redditi ai consumi. Obiettivo anche razionalizzare un contesto fiscale maggiormente favorevole agli investimenti. Il taglio del cuneo fiscale campeggia in testa alle priorità indicate dagli esperti. E alimenta un ventaglio ampio di proposte. Una per esempio l’ha avanzata Carlo Cottarelli, suggerendo una tassazione di favore temporanea per il “secondo percettore di reddito” nella famiglia: un modo per spianare, almeno dal punto divista fiscale, la strada a una maggiore occupazione femminile e giovanile.

Intanto il neoministro del Lavoro Andrea Orlando (area Pd),  ha subito iniziato a lavorare e ha incontrato i sindacati in videocollegamento. Un incontro “istruttorio”. Così è stato definito. Le parole chiave “urgenza e ammortizzatori sociali”. Insieme a Orlando c’erano i leader dei tre sindacati confederali. Una scelta letta “come un segnale importante di attenzione nei confronti delle parti sociali, in particolare del sindacato” (Furlan, Cisl). Un incontro “per cominciare a lavorare”, dice il ministro Orlando che dà subito appuntamento a fine mese per presentare una bozza di riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro. L’Italia è l’unico Paese europeo ad aver introdotto per oltre un anno un blocco generalizzato dei licenziamenti economici in seguito alla pandemia. La decisione sul divieto dei licenziamenti, che scade il 31 marzo (fra 45 giorni), sarà uno di primi temi caldi all’esame del Governo.

A Giorgia Meloni non fa per niente impazzire di gioia l’idea che ci sia Orlando a fare il Ministro del Lavoro: “A me – osserva la leader di FdI in un’intervista a La Verità – il fatto di avere un esponente della sinistra dem come Andrea Orlando al Lavoro spaventa molto. Il lavoro, specie in questo momento, è un tema chiave. Penso che bisognerebbe sospendere il decreto Dignita’, reintrodurre i voucher ovunque possibile, e il fatto che tali questioni finiscano in mano alla corrente più nostalgica del Pd non mi fa ben sperare per quei milioni di imprenditori che attendevano un governo amico”. Poi coglie occasione di parlare nuovamente del nuovo esecutivo Draghi: “A me pare che manchi l’elemento più importante, ovvero la discontinuità con il governo precedente. Sembra che abbiamo chiamato Mario Draghi per farci dire che i ministri del governo Conte erano i migliori. Sfido chiunque a dire che Lamorgese, Speranza o Di Maio siano il meglio che questa nazione ha da offrire”. Andrea Orlando al Lavoro “rappresenta un campanello d’allarme tragico anche sulle materie economiche. Chi si aspettava un governo che, almeno sulle materie proprie di Draghi, cioè quelle economiche, rompesse con gli schemi della sinistra, non può non essere deluso”. Forse il “problema a monte” è la grande influenza esercitata da Sergio Mattarella al momento della scelta dei ministri. “Se Draghi, come si dice e come continuo a sperare, non è l’uomo del Pd, mi pare l’unica spiegazione plausibile. Atteso che questo è un governo in mano al Pd. Il che è anche irrispettoso della volontà popolare, dato che il Pd alle ultime elezioni ha preso il 18 per cento e ora si trova a dominare ancora più di prima, tra ministri politici e tecnici. Se Draghi, gli piaccia o no, accetta o condivide questa impostazione (come farebbe pensare la composizione dell’esecutivo), temo che il governo avrà una fortissima impronta di sinistra. A me questa pare la questione principale”.

Più garantista Roberta Lombardi, membro del Comitato di garanzia interno di M5s che in un’intervista a La Stampa afferma che governo Draghi “un primo giudizio potremo darlo tra qualche mese. Nel frattempo vigiliamo sul lavoro che verrà fatto, avendo ben chiaro in mente che non dovremo restare in maggioranza a tutti i costi”. “Non possiamo rimanere ancora fermi intorno all’idea di un Movimento che deve andare contro tutto e tutti – dice -. Ci siamo evoluti, adesso siamo una forza politica di governo, che deve saper costruire”, “il Movimento del 2018, inevitabilmente, non sarà lo stesso Movimento che uscirà da questa legislatura”. “Da un lato vedo un’occasione storica per trovare, in questa emergenza, un terreno di confronto serio che apra una nuova stagione politica. Se però ognuno porterà avanti solo il proprio egoistico tornaconto, potrebbe rivelarsi per noi come un gigantesco errore – osserva -. Ma se questa è l’ultima grande responsabilità che ci affida il Presidente Mattarella, non possiamo buttarla via prima di aver tentato”. Il voto su Rousseau? “Il voto si rispetta” e “chi dice che il super-ministero non c’è, è in mala fede – conclude Lombardi -. Ci vorrà tempo per riorganizzare gli uffici e saranno necessari dei passaggi parlamentari, ma il progetto di un ministero dell’Ambiente che gestisca anche le tematiche energetiche e guidi l’evoluzione del mondo della mobilità è una nostra grande conquista. Se il quesito fosse stato capzioso, poi, non avrebbe partecipato un numero così alto di iscritti”.