Il governo Conte si salva per un soffio, almeno per il momento: i sì al Senato sono 156 contro 140 no, 16 renziani astenuti, 8 assenti. Non è mancato il giallo, con due senatori – Ciampolillo e Nencini- che votano sì oltre l’ultima chiama ma sul filo dei secondi. Riammessi in extremis dalla presidente Casellati, non cambiano la sostanza politica: il governo la scampa ma per il rotto della cuffia. Conte guida tecnicamente un governo di minoranza, o di maggioranza relativa, grazie al sostegno di tre senatori a vita, un ex M5S e due new entry di Forza Italia. Un risultato al di sotto delle aspettative e dei pronostici, che rende determinanti le astensioni di Renzi. Se i voti di Italia Viva si fossero aggiunti ai No delle opposizioni, Conte si sarebbe dovuto dimettere.
Quella che si avvia è una strada tutta in salita, adesso ci vorranno “due settimane di fuoco”, in cui provare a far nascere un gruppo centrista e organizzare il rimpasto. E, soprattutto, evitare il Conte ter che per varie ragioni si vuole evitare di mettere in atto. Innanzitutto perché Conte non vuole dimettersi, poi per evitare la “crisi formale” che porterebbe via molto tempo, in un momento delicato per il Paese. E poi anche per non spezzare equilibri già molto fragili all’interno della maggioranza. Insomma, ci sono molte ragioni che porteranno il premier a cercare una maggioranza più che relativa come quella vista plasticamente ieri in Senato. Il Conte ter non è ancora un’ipotesi naufragata, anzi, aleggia nell’aria ed è, per alcuni ministri, l’unica possibilità per uscire dalle secche. L’avvocato deve però trovare in fretta almeno cinque, sei “costruttori”, anche perché i senatori a vita Segre, Monti e Cattaneo spesso non prendono parte ai lavori di Palazzo Madama. “I numeri presto aumenteranno”, si dice fiducioso Conte.
Ieri, intanto, è stato ancora duello con Renzi, che si dice disposto a discutere di tutto, tranne che con la destra, “anche di un governo di unità nazionale” e poi esulta: “Dovevano asfaltarci, non hanno la maggioranza”. Il centrodestra serra le fila affermando che Conte non ha una maggioranza solida e si dice pronto a rivolgersi al Quirinale per chiedere elezioni: “Ci rivolgeremo a Mattarella: c’è un governo che non ha la maggioranza al Senato e sta in piedi con chi cambia casacca”, annuncia Matteo Salvini. “Conte non ha la maggioranza, non può andare avanti così. Berlusconi si dimise. Non credo che Mattarella chiuderà un occhio”, aggiunge Giorgia Meloni. “Non hanno i numeri, Forza Italia chiede un incontro al capo dello Stato”, chiosa Antonio Tajani. Da Forza Italia dicono: “Il governo non è in grado di governare, si regge sul voto di due traditori e tre senatori a vita. Non ha la maggioranza nelle commissioni, così non va da nessuna parte. Conte deve andare al Quirinale, i nostri voti sono indispensabili per votare lo scostamento”. Un centrodestra più che mai unito, contro quello che considerano un “governicchio” senza fondamenta.
Giuseppe Conte e i suoi fedelissimi hanno ben in mente la roadmap: chiudere la partita, tutta in salita dopo l’uscita di Iv, entro fine mese, non un giorno di più. Mantenendo nel frattempo l’interim dell’Agricoltura, casella orfana dopo l’addio di Teresa Bellanova, per poi fare un rimpasto sostanzioso.
“La verità – confida off the record un ministro grillino – è che in una condizione di questo tipo fare un rimpasto è difficilissimo, figuriamoci un nuovo governo: il Movimento rischia di diventare una maionese impazzita. Chiedere un passo indietro a un ministro in carica non è cosa di poco conto, figuriamoci con un mandato scaduto o comunque claudicante”.
E poi ci sarebbe la questione Di Battista: nei giorni scorsi l’ex deputato ha detto di essere a disposizione, anche se non per forza per un ministero. “Ormai è uno dei principali sostenitori di Conte – ragiona un esponente dell’esecutivo – qualcosa dovremo pur dargli…”. Rimettere mano alla squadra di governo, o rifondarla dal principio, potrebbe far deflagrare il Movimento, ed è questo uno degli ostacoli maggiori sulla strada del Conte ter.
Intanto l’Italia deve andare avanti, così come appunto l’iter parlamentare. Oggi alle Camere la richiesta di nuovo deficit. È atteso il voto favorevole anche di Iv e centrodestra. ll “sì” ai 32 miliardi di disavanzo aggiuntivo è la condizione necessaria per approvare il decreto Ristori 5, ma le incognite che circondano le misure allo studio fanno slittare il provvedimento almeno a fine mese. Al Mef si corre per allungare la sospensione delle cartelle oltre il 31 gennaio.
Dal mondo dell’economia arrivano numeri che ampliano l’impatto della pandemia e rilanciano l’urgenza di risposte immediate e di sistema. Secondo un report di Afme (Associazione dei mercati finanziari) e PwC, il 10% delle società europee ha riserve liquide per durare solo sei mesi.
Anche dall’Europa c’è mola preoccupazione: “Il lavoro sul Recovery Plan italiano è in corso e spero che l’instabilità politica in Italia non metta a repentaglio questo lavoro”. A dirlo è il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, che ha parlato al termine dell’Ecofin, la riunione dei 27 ministri finanziari dell’Ue che ha preso in esame i progressi dei piani nazionali di ripresa e resilienza che gli Stati membri devono presentare per accedere ai fondi di Next Generation Eu (per noi sono circa 209 miliardi). “L’Italia è il maggiore beneficiario — ha aggiunto Dombrovskis — e bisogna assicurarsi che i fondi arrivino, sono molto importanti per la ripresa in Italia”. La Commissione Ue non si esprime sulla crisi di governo: “Noi non commentiamo la politica interna, questo si sa”, ha spiegato lunedì sera il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, dopo l’Eurogruppo. “Ovviamente vorrei avere degli interlocutori stabili ma non spetta a noi discuterne”, aveva aggiunto.










