Un protocollo medico lanciato nel 2010, una lunga ricerca di donatori adeguati, oltre cinquanta operatori sanitari coinvolti. A Lione, in Francia, si è concluso con successo il primo doppio trapianto di braccia e spalle della storia. A riceverlo, un 48enne islandese che 20 anni fa aveva perso gli arti in un incidente sul lavoro, su una linea elettrica ad alto voltaggio.
A dieci giorni dalla conclusione dell’intervento non è insorta alcuna complicazione, ma è lo stesso chirurgo Lionel Badet a frenare l’entusiasmo: “non ci sono certezze su quanto il paziente riuscirà in futuro a muovere le sue nuove braccia” ha detto. “Il paziente – ha aggiunto il chirurgo – ha anni di rieducazione davanti a sé, ma lo aiuteremo e lo sosterremo”.
È innegabile che “riacquisire” le braccia dopo due decenni sia una grande riconquista della propria forma corporea, con enormi risvolti psicologici. Ma è altrettanto fuori dubbio che il paziente debba fare i conti con la natura del corpo umano.
Il cervello, non ricevendo più impulsi dai nervi periferici degli arti superiori, ha ormai riprogrammato le funzioni di quella zona amputata e dovrebbe imparare nuovamente a controllarla. Evenienza rara, quella della ri-acquisizione del controllo, che avrebbe avuto maggiori probabilità di successo se l’operazione fosse stata eseguita poco dopo l’amputazione, anticipando il processo di rimodellamento sinaptico. A questo processo naturale si associa il fatto che, per garantire anche una minima possibilità ai nuovi arti di muoversi, bisognerebbe collegare i nervi del paziente a quelli dell’arto nuovo, in modo da restituirne l’integrità necessaria al controllo. In questo caso però, dopo 20 anni di inutilizzo delle braccia, i relativi neuroni del paziente potrebbero essere già andati in apoptosi (morte cellulare programmata). L’apoptosi impedirebbe sia di inviare le informazioni motorie dal cervello all’arto trapiantato, sia di ricevere e decodificare gli stimoli esterni.
Il paziente rischia non solo di non poter muovere le nuove braccia e di non sentire se esse vengono toccate, ma di non riacquisire neanche quella sensibilità chiamata propriocezione: sapere “dov’è il nostro arto e cosa sta facendo” anche quando non lo guardiamo.
Resta da capire, dunque, quanto movimento riusciranno a produrre le nuove braccia del paziente e se tornerà una risposta nervosa più marcata e naturale del previsto.










