È duro e impetuoso l’ex ministro dell’economia Giovanni Tria, contro l’attuale governo M5S-PD, su “Libero Quotidiano”. “Il presidente del Consiglio pensa di essere più forte se fa tutto da solo. Ma credo che questo sia un segno di debolezza”, afferma. “A marzo – continua – sono stato tra i primi a sostenere che bisognasse fare più debito possibile per sostenere l’economia. Gran parte dei soldi non è stata utilizzata per provvedimenti emergenziali, per le finalità che emergono solo adesso con i ristori”.
Con l’arrivo della pandemia per Tria bisognava fare due cose: “Una, rimborsare immediatamente e in maniera massiccia le imprese che erano stato penalizzate dal lockdown. Si doveva dare subito alle aziende la possibilità di compensare i ricavi persi e di pagare direttamente stipendi, affitti, contributi e tasse. Poi bisognava rafforzare il sistema sanitario per eliminare il senso di incertezza che ha bloccato consumi e investimenti”. Invece “è stata messa in moto una quantità enorme di procedure su singoli sussidi che ha fatto saltare la burocrazia italiana. I decreti non hanno tenuto conto della capacità degli uffici di reggere l’urto. C’è stata una inconsapevolezza da parte di chi stilava leggi a ripetizione senza rendersi conto che non era possibile applicarle”.
E continua a chiosare: “C’è stato un problema nel processo decisionale, che si è disperso tra i vari dicasteri e soprattutto negli uffici di Palazzo Chigi, che hanno operato senza coinvolgere il Parlamento e con una certa superficialità. Le strutture competenti sono state estromesse”.
“Secondo i documenti il Recovery Plan”, che dovrebbe essere approvato tra domani e mercoledì in Consiglio dei Ministri, “porterà nel 2026 il Pil ad aumentare di 40 miliardi. Nell’ultima versione di cui il Mef ha diffuso poche pagine l’impatto – conclude Tria – arriverebbe a poco più di 50 miliardi. Ma stiamo scherzando?”. Troppo poco? “Questa è la sintesi dell’inconsistenza. La cosa che mi ha più stupito è che queste cose siano state scritte. Sul documento non c’è stata neanche una valutazione politica. Rendere pubblica una cosa del genere è come spararsi un colpo in testa”.










