L’appuntamento è alle 10 in Senato. Lì Mario Draghi chiederà ai partiti la fiducia con un discorso che si preannuncia breve ma denso di contenuti per offrire risposte tempestive “all’altezza della situazione”. La guerra alla pandemia, e quindi il potenziamento della campagna vaccinale, resta in cima alle priorità. Così come la ripresa economica con il contributo decisivo del Recovery Fund, attraverso riforme attese da decenni ma anche interventi infrastrutturali e di stimolo alla crescita.

Mario Draghi è ad un cambio di strategia per combattere un’emergenza economica senza precedenti: vuole evitare di tenere in piedi imprese “zombie” sussidiate dallo Stato ma non più in grado di sopravvivere sul mercato, e stabilire criteri più uniformi che si basino sul rimborso dei costi vivi delle imprese e non sulle generiche perdite di fatturato. Fino ad oggi si è operato con il cosiddetto “fondo perduto”, mentre ora l’idea che sembra emergere tra i tecnici del governo è molto razionale: prima si fa un monitoraggio di quanto serve e poi si stabilisce quali imprese aiutare e quanto.

Resta da capire cosa dirà il premier sulla larga maggioranza del suo esecutivo e di come tenterà di gestirla. La parola d’ordine è “Unità”. Ma difficile pensare che sopravvivranno a lungo fazioni politiche di rango totalmente opposte. Salvini invoca la “responsabilità”. Ma il Pd di Zingaretti fa i primi capricci. Su la Repubblica il segretario dem scrive un intervento: “Circoscrivere il più chiaramente possibile la missione dei prossimi mesi, da una parte significa non risparmiarsi nell’azione dell’oggi, e dall’altra la consapevolezza che tuttavia nella società italiana il Partito Democratico rimane per il futuro nettamente alternativo alla Lega e all’insieme della destra, non solo politicamente ma per valori e visione del mondo. Per questo motivo farà valere in Parlamento la propria forza e quella dell’insieme del campo democratico, che dovrebbe rimanere responsabilmente unito, nel confronto parlamentare. Con l’obiettivo di far rispettare gli impegni assunti con il presidente Draghi e per affrontare altri temi che si dovessero presentare”. Parole che mettono nuovamente le distanze dai compagni di governo.

Ieri nuove distanze sono state poste dalla nascita del nuovo intergruppo parlamentare di sinistra tra le forze che sostenevano l’ex maggioranza del Conte 2 e che ora appoggiano il nuovo esecutivo: Pd, M5S e Leu. Alla base dell’iniziativa c’è la volontà di stringere l’alleanza di governo attorno a un accordo programmatico che, partendo dall’esperienza del Conte 2, rilanci il Paese contrastando anche le mire di Forza Italia e Lega. “Un’iniziativa giusta e opportuna”, commenta l’ex premier Giuseppe Conte. “Alla vigilia del voto di fiducia al nuovo governo Draghi, abbiamo deciso, sollecitati da senatrici e senatori dei tre gruppi parlamentari, di intraprendere un’iniziativa comune: la costituzione di un intergruppo parlamentare che, a partire dall’esperienza positiva del governo Conte II, promuova iniziative comuni sulle grandi sfide del Paese, dalla emergenza sanitaria, economica e sociale fino alla transizione ecologica ed alla innovazione digitale”. Lo annunciano, in una nota, congiunta i capigruppo al Senato di M5S, Ettore Licheri, del Pd, Andrea Marcucci, e di Leu, Loredana De Petris. Per questo, aggiungono, “da domani (oggi, ndr), saremo insieme per rilanciare e ricostruire il nostro Paese”.  Lo scopo è quello di creare, attraverso un documento programmatico in via di stesura, un vero e proprio coordinamento prima di ogni conferenza dei capigruppo. Nel documento programmatico si sottolineerà la necessità di ripartire dai temi del governo Conte e allargare l’agenda alle questioni che il premier Draghi indicherà oggi alle Camere.

Ma la nascita dell’intergruppo non soddisfa tutti. A sollevare le critiche è il presidente di Italia viva, Ettore Rosato, che su Twitter scrive: “La scelta di andare verso una coalizione strutturale tra Pd, M5S e Leu, codificata anche nell’intergruppo parlamentare appena annunciato, apre una prateria per chi vuole costruire la casa dei riformisti. Italia Viva c’è e ci sarà. Per il riformismo, contro il populismo”. Perplessità arrivano anche dai dem: “Pensiamo a rilanciare l’iniziativa del Pd e a farlo uscire da questa assurda subalternità. Intergruppi che guardano al passato hanno davvero poco senso. Pensiamo semmai al futuro”, scrive il deputato Matteo Orfini.

Passa al contrattacco Giorgia Meloni: “Se Pd, M5S e Leu hanno formato un intergruppo parlamentare per coordinare la loro attività nella maggioranza a sostegno di Draghi, evidentemente contro gli altri partiti che sostengono il Governo, allora penso che anche il centrodestra debba dotarsi di un suo intergruppo per portare avanti il programma elettorale comune. E che sia utile farlo nonostante il diverso posizionamento attuale dei partiti della coalizione. Formulerò questa proposta a Salvini e Berlusconi e mi auguro possa essere accolta”, dichiara la leader di Fratelli d’Italia.

Intanto ieri in serata, proprio per stabilire una linea comune tra i partiti del centrodestra nella maggioranza, il leader del Carroccio Matteo Salvini ha incontrato il coordinatore nazionale di Fi Tajani e la sua vice Ronzulli.

Nel M5S è caos, con i dissidenti che continuano a minacciare di votare no al nuovo esecutivo e l’ala governista che invece è al lavoro per sostenere il governo. Gli oppositori a Draghi, che fino a poche ore fa erano una quarantina al Senato e 50 circa alla Camera, sembrano sgretolarsi al suolo, con il dissenso grillino ridotto a una decina di senatori e altrettanti deputati. La causa sarebbe da attribuire a telefonate, riunioni, opere di convincimento all’interno del Movimento che avrebbero convinto i dissidenti (come? Ah, saperlo) a votare la fiducia. Insomma, il fronte del no si riduce ma molti sono ancora incerti. Probabile che una buona parte scelga l’astensione, assentandosi al momento del voto. Roberto Fico prova a gettare acqua sul fuoco: “Qui – dice – non stiamo facendo nessuna alleanza con Forza Italia o con la Lega, proprio nessuna. E non abbiamo firmato cambiali in bianco. Non è una questione di alleane, ma di capire qual è oggi l’interesse pubblico”. Insomma anche il presidente della Camera tenta la strada della responsabilità per convincere i dissidenti.

No assicurato alla fiducia, ormai chiaro, quello di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni punta ad un’opposizione forte e decisa ma nel rispetto del Paese e delle manovre che consentiranno la “rinascita”. La Meloni però sa anche che questa opposizione “a tutti i costi”, le consentirà di giocare un ruolo da protagonista assoluta per quanto riguarda alcune commissioni di garanzia e il Copasir.

Scontenta l’ex ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova (Iv): “I partiti potevano fare di più. Ma per me non è una novità, ho parlato in tempi non sospetti del troppo testosterone nei partiti. È una democrazia rattrappita, le correnti non sono aree culturali ma centri di potere nelle mani dei maschi. La politica non ha dimostrato di essere all’altezza”, dice in un’intervista a La Stampa. “Quello che ho fatto, l’ho fatto con convinzione, se tornassi indietro lo rifarei: c’era un governo che non era in grado di andare avanti, questo era più importante del salvaguardare la mia postazione. Dopodiché, il coraggio ha sempre dei costi. Sono stati 16 mesi di lavoro veramente importanti, fatti senza risparmio”, aggiunge in merito alla sua esperienza nel Conte bis.

Incalza Maria Elena Boschi (Iv) in un’intervista al Messaggero: “Penso che alla fine le donne del Pd accetteranno i posti di sottogoverno. Ma il punto non è nemmeno questo. C’è una sfida culturale da vincere, soprattutto nel Pd: parlano di ideali che poi rinunciano a sostenere. Con eccezione della parentesi renziana le donne nel Pd sono considerate spendibili per i ruoli minori. Mi spiace sinceramente per le colleghe. Spero tirino fuori il coraggio. Quanto a me sono felice di stare in una comunità che ha fatto delle politiche di genere un biglietto da visita. Anche su questo Italia Viva ha indicato prima degli altri la direzione”, conclude.