Da domani – martedì 30 marzo – si apre la finestra per chiedere il nuovo contributo a fondo perduto. C’è da aspettarsi un boom di richieste. Non solo per la lunga attesa del decreto Sostegni (Dl 41/2021). Ma anche perché – diversamente dagli ultimi ristori – non ci saranno erogazioni automatiche: dovranno inviare la richiesta tutti i 3 milioni di potenziali beneficiari stimati dalle Entrate (imprese, autonomi e – stavolta – anche professionisti ordinistici, senza distinzioni di codice Ateco).

Secondo quanto anticipato dal premier Mario Draghi, i primi accrediti su conto corrente arriveranno l’8 aprile. In tutto saranno distribuiti 11,15 miliardi, con una media di 3.700 euro. Contestualmente si allarga la platea potenziale del reddito di emergenza. Il Dl Sostegni, in vigore dal 23 marzo, porta in dote tre nuove mensilità della misura anti-povertà introdotta a maggio 2020 dal precedente Governo e poi rinnovata sino a fine anno. L’importo massimo dell’aiuto, per i mesi di marzo, aprile e maggio, può arrivare a 2.400 euro: l’obiettivo è sostenere “i nuovi poveri” ai quali ha fatto riferimento il presidente del Consiglio Mario Draghi durante il suo discorso per la fiducia al Senato, ricordando che oggi il 45% di chi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta.

A questa platea allargata, stimata dalla stessa relazione tecnica al Dl Sostegni in circa 1,12 milioni di famiglie, si rivolgono le nuove tranche dell’assegno, istituito per la prima volta con il decreto 34/2020. A dicembre il reddito di emergenza ha raggiunto 335mila famiglie, per un importo mensile erogato di 182 milioni di euro. Oggi il Rem punta a triplicare i nuclei beneficiari, allargando le maglie dei requisiti, soprattutto per chi vive in affitto, e aprendo le porte a tutti coloro – circa 835mila lavoratori – che tra il 1° luglio 2020 e il 28 febbraio 2021 hanno visto scadere le indennità di disoccupazione Naspi e Discoll e sono ancora disoccupati. Tanto che per questo strumento di lotta alla povertà questa volta il Governo ha stanziato oltre 1 miliardo e 520 milioni di euro. Cifre che – per il momento su carta – arriverebbero a pareggiare quelle del reddito di cittadinanza, sia nel numero di famiglie raggiunte, sia nella spesa mensile per lo Stato.

Intanto Draghi sta valutando seriamente la proposta del ministro degli Affari regionali di Forza Italia Mariastella Gelmini, portata avanti anche dal collega leghista Giancarlo Giorgetti, di attivare ristori selettivi. Una formula fin qui inedita per i rimborsi che dovranno accompagnare le chiusure in zona rossa e arancione. Non più soldi a pioggia per tutti, ma differenziati, diretti a chi avrà più bisogno di altri perché costretto a ulteriori sacrifici.

Per intendersi, in zona arancione saranno privilegiati bar, ristoranti, palestre, piscine, tutte attività che avranno le serrande abbassate, a differenza dei negozi, che invece resteranno aperti se il colore (e l’indice Rt che indica l’andamento del contagio) resterà quello. Servirà un nuovo scostamento di bilancio, e si parla di una cifra che sarà tra i 20 e i 30 miliardi di deficit.

Il Carroccio spinge anche perché una buona fetta vada a partite Iva e autonomi, maggiormente colpiti dalla crisi. Dal governo confermano che la richiesta di autorizzazione al Parlamento dovrebbe arrivare per metà aprile, contestualmente al Documento di economia e finanza (Def). Parallelamente, il governo mette a disposizione delle 3.500 imprese che soddisfano alcuni requisiti 40 miliardi, con un duplice obiettivo. Da un lato vuole garantire alle aziende sane, che prima della pandemia non avevano problemi, le risorse per superare lo choc. Dall’altro mira a sostenere le più solide, promettendo a quelle interessate che lo Stato potrà restare nel capitale – con quote di minoranza – fino a 12 anni. I 40 miliardi finiranno in una sorta di fondo, chiamato Patrimonio Destinato, che verrà gestito dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp). Gli interventi saranno di quattro tipi: il fondo potrà sottoscrivere prestiti subordinati, prestiti convertibili o di tipo “convertendo”, nonché veri e propri aumenti di capitale.