Danzatrice e femme fatale: chi fu veramente Mata Hari, l’agente segreto donna più celebre della storia

A un secolo dalla morte Margaretha Geertruida Zelle (questo era vero nome di Mata Hari) resta ancora oggi un personaggio misterioso la cui fama ha attraversato lo sfarzo della Belle Époque, di cui fu indiscussa protagonista, e i tormentati anni del primo conflitto mondiale, testimoni della sua tragica fine.

Margaretha nasce il 7 agosto 1876 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi. Il padre Adam è detentore di numerosi possedimenti quali un mulino, una fattoria e un negozio di cappelli, che permettono alla famiglia di vivere agiatamente in un bel palazzo antico sulla Grote Kerkstraat, nel centro della città. La stabilità della famiglia Zelle però non dura a lungo, nel 1889 gli affari subiscono un tracollo finanziario e il padre, per rimpinguare le casse della famiglia si vede costretto a  cedere la propria attività commerciale.

Margaretha, quindi, trascorre l’adolescenza presso vari parenti e studia in diversi collegi prima di sposarsi, giovanissima, con il burbero capitano Rudolph Mac Leod, di venti anni più anziano, conosciuto tramite un’inserzione matrimoniale. Con gli anni Margaretha diventa una donna eccezionalmente attraente, alta quasi un metro e ottanta, dall’incarnato olivastro, capelli scuri e dai profondi occhi neri, che le conferiscono un’aria  esotica in un paese dagli abitanti tendenzialmente di capelli e occhi chiari.

Nel 1897, dopo la nascita del primogenito Norman John, i Mac Leod lasciano  il loro Paese di origine e partono alla volta di Giava, in Indonesia, all’epoca colonia olandese, dove nasce anche la loro seconda figlia Jeanne Louise. Affascinata  dalla cultura e dalle danze locali, Margaretha partecipa alla vita mondana dell’isola tra feste e balli nel lusso più sfrenato. La loro vita, però, viene improvvisamente sconvolta nel 1899 in seguito alla morte del figlioletto, avvelenato da una domestica indigena, probabilmente su commissione del marito di questa precedente punito dal maggiore Mac Leod.

La terribile perdita aumenterà sempre più le tensioni all’interno della coppia, fino a condurla alla separazione una volta rientrata in Olanda, nel 1902.  Mac Leod otterrà dal tribunale l’affidamento esclusivo della figlia, che da quel momento in poi non vedrà più la madre.

Priva di mezzi di sostentamento Margaretha decide di tentare la fortuna a Parigi nell’epoca del suo massimo splendore. I primi tempi, però, sono durissimi. Vive di stenti e per mantenersi svolge innumerevoli lavori tra cui  la modella per vari pittori e in amazzone per la scuola d’equitazione di un impresario di nome Molier e, forse, giunge anche a prostituirsi. Una sera, a casa di Molier, si diletta in una danza dal sapore orientale, ispirata a quelle cui aveva tante volte assistito durante il suo soggiorno in Indonesia: è la svolta della sua vita. Incoraggiata dall’entusiasmo degli spettatori, comincia a esibirsi in dimore private fino ad attirare l’attenzione della stampa quando danza a casa di una celebre cantante in occasione di uno spettacolo di beneficenza.

Ben presto la sua fama si estende in tutta la capitale francese e, notata dall’industriale e collezionista di oggetti di arte orientale Émile Étienne Guimet, si esibisce nel museo da lui fondato. Sono gli anni dell’orientalismo e dell’interesse per le culture asiatiche da parte degli europei ed il pubblico parigino accorre in massa ad assistere agli spettacoli della “danzatrice venuta da oriente”.

È lo stesso collezionista a decidere il nome d’arte della nuova stella: Mata Hari, (“occhio dell’alba”, o “sole” in malese), più consono a conferirle un tono esotico e misterioso. Pubblicizzata come la danza sacra di una sacerdotessa di Shiva, la sua performance maliziosa ed erotica, fatta di movenze sensuali e feline, è un raro connubio di grazia e semplicità, che la vede disfarsi di un velo dopo l’altro con gesti provocanti e allusivi che mandano in visibilio il pubblico.

Dopo grandiose performance all’Olympia e alla Scala A  il Times scriverà di lei: “Un’avvenenza che sconfina nell’incredibile, con una figura dal fascino strano e dalle movenze di una belva divina che si conduca in una foresta incantata”. Colta, intraprendente, poliglotta, Mata Hari raggiunge un trionfo dopo l’altro vivendo da vera protagonista la vita mondana di quegli anni, preceduta dalla sua fama di avventuriera e di femme fatale.

Condivide, in tal senso, lo stesso destino di altre due danzatrici leggendarie, Lola Montez e Carolina Otero, che dettano le mode del momento con le loro mise ricercate e che per la loro bellezza ed abilità diventano non solo oggetto di desiderio di uomini famosi o potenti, ma addirittura le favorite di sovrani e imperatori.

Il tramonto della Belle Époque è però dietro l’angolo, e l’avvento della prima guerra mondiale irrompe con violenza in Europa. Mata Hari all’inizio non si rende pienamente conto dei cambiamenti in atto, accecata dai successi, dalla popolarità e dalla vita lussuosa. Solo dopo alcune settimane dall’inizio del conflitto lascia la Francia per rientrare nella neutrale Olanda, dove resterà per un breve periodo. Nel 1916 compie 40 anni e comprende che ormai la sua carriera artistica è irrimediabilmente giunta al termine. Tuttavia, fragile, ricattabile, affascinante, amante della bella vita, confidente di molti ufficiali poco inclini alla vita di caserma, Mata Hari non sa che ora cattura un nuovo tipo di interesse, l’interesse come potenziale agente segreto.

Come in ogni guerra che si rispetti, infatti, durante il primo conflitto mondiale entrano in gioco non solo gli eserciti, ma anche strumenti meno ortodossi, come lo spionaggio.

All’Aja Margaretha riceve la visita di una sua vecchia conoscenza, il console tedesco in Olanda, Alfred von Kremer, che le propone di diventare una spia al servizio della Germania: ottiene molto denaro, due boccette di inchiostro simpatico e un numero di matricola.

Da quel momento Mata Hari diventa l’agente segreto H21. Il suo primo incarico sarà quello di fornire informazioni sull’aeroporto di Contrexeville, a Vittel in Francia, dove farà visita al suo giovane amante, il capitano russo Vadim Masslov, ricoverato nell’ospedale di quella città. Quando nel 1916 raggiunge Parigi, la danzatrice trova una città irriconoscibile, sconvolta dalla brutalità della guerra che ha cancellato ogni traccia dell’epoca d’oro dei primi anni del XX secolo. Margaretha alloggia al Grand Hotel dove intratterrà rapporti amorosi o di amicizia con ufficiali di ogni nazionalità, ignorando di essere già sorvegliata dal controspionaggio inglese e francese.

Nel tentativo di entrare in possesso dell’autorizzazione a recarsi a Vittel in Lorena, autorizzazione difficile da ottenere per via della vicinanza della città al fronte, ella giunge a contattare di persona il capo del Deuxième Boureau, il servizio di controspionaggio francese, il capitano Georges Ladoux. Per controllare meglio la donna e le sue attività, o forse più banalmente per neutralizzarne l’operato, quest’ultimo le propone di diventare una spia per la Francia. Mata Hari riceverà un visto per visitare il suo amante e la cifra, favolosa per l’epoca, di un milione di franchi da spendere per ottenere informazioni dagli alti comandi tedeschi.

Mata Hari accetta senza esitazione. L’attività di spionaggio, spregiudicatamente condotta sui due fronti, finisce però ben presto con il bruciare Margaretha come spia e con il causarle l’arresto per alto tradimento. Inizialmente l’istruttoria procede a rilento e lei si proclama innocente, pur non negando di aver frequentato le alcove di molti ufficiali di nazionalità diverse. Per costringerla a confessare le si mostrano allora i messaggi intercettati dalla postazione di antispionaggio sulla Tour Eiffel. Durante la prima guerra mondiale, infatti, il più celebre monumento parigino fu sede di una sofisticata stazione di intercettazione dei servizi segreti francesi, da cui dipendeva un complesso sistema di altri centri meno potenti. I sistemi di trasmissione senza fili dell’epoca erano d’altronde ancora imperfetti e si servivano delle onde lunghe, per cui disporre di un così elevato punto di ascolto rappresentava, comprensibilmente, un notevole vantaggio sugli avversari.

In tal modo, i messaggi scambiati tra Madrid e Berlino potevano essere captati e trasferiti su nastri a cilindri di cera, per essere successivamente decifrati. La stazione di antispionaggio della Tour Eiffel aveva intercettato alcuni messaggi riguardanti l’agente H21, messaggi curiosamente ricchi di dettagli e risalire all’identità della spia era stato decisamente facile.

Si comprenderà in seguito che tali messaggi in codice erano stati inviati proprio dai tedeschi  per far arrestare la danzatrice punendola per il suo doppio gioco.

Di fronte all’evidenza delle prove, il 12 maggio 1917 Mata Hari confessa di essere l’agente H21. La sentenza di condanna a morte per alto tradimento diviene a questo punto inevitabile.

Il suo processo, d’altronde, si era contraddistinto per una campagna denigratoria senza precedenti ed aveva avuto come sfondo le diserzioni di massa dall’esercito francese ed il crollo delle illusioni di vincere velocemente il terribile conflitto. Le privazioni patite dai civili e le innumerevoli perdite di vite umane al fronte avevano messo a dura prova la capacità di resistenza dei francesi. In un contesto così complesso, Mata Hari, straniera e libertina, divenne il “nemico interno” da eliminare e rappresentò per lo stato maggiore la comoda occasione di dare in pasto all’opinione pubblica un capro espiatorio che facesse dimenticare i tanti errori  commessi.

Il 15 Ottobre del 1917 Mata Hari, in elegante abito grigio perla, con corsetto ricamato e cappotto blu, venne fucilata da un plotone di esecuzione presso il castello di Vincennes. I testimoni riferirono che si comportò con estremo coraggio, rifiutandosi di farsi bendare gli occhi. Degli undici colpi sparati contro di lei, otto andarono a vuoto, uno la colpì al ginocchio, uno al fianco, il terzo, fatale, al cuore. Nessuno reclamò la sua salma che, pertanto, fu gettata in una fossa comune. Moriva così, a 41 anni, la prima spia donna del Novecento, il cui nome era destinato a diventare sinonimo di fascino e mistero.

Restano non pochi interrogativi sul perché Margaretha si fosse prestata ad un doppio gioco tanto rischioso. Amore del pericolo? Sete di denaro che le permettesse di continuare a vivere nel lusso? Ingenua sopravvalutazione della sua capacità di dominio sugli uomini e sugli avvenimenti ? Quale che fosse il movente, Mata Hari si illuse sicuramente di poter giocare a più tavoli, così come aveva fatto con i suoi amanti innumerevoli volte. Ed è forse anche per questo, per il suo essere così spregiudicata e fuori dagli schemi, che l’interesse per la sua vita tragica e avventurosa non si è mai affievolito.