Lockdown per l’Italia nei fine settimana e rafforzamento delle misure restrittive nelle zone gialle. Questa l’indicazione del Comitato tecnico scientifico (Cts), che ieri si è riunito per decidere cosa fare. Oggi verranno comunicate le decisioni che saranno adottate. Quanto alle forze di governo, da una parte ci sono Roberto Speranza e Dario Franceschini che dicono di chiudere il più possibile e presto e danno per scontate per Pasqua le zone rosse sperimentate a Natale, come suggeriscono gli esperti. Dall’altra ci sono Matteo Salvini, la Lega e Forza Italia che guidano il fronte di chi non vuole sentir parlare di chiusure generalizzate, tantomeno nei giorni di festa, quando i fatturati delle attività commerciali e della ristorazione si impennano. Mario Draghi sta nel mezzo, ascolta cosa suggerisce il Comitato tecnico-scientifico e cerca di barcamenarsi tra le convinzioni delle forze politiche della sua maggioranza.
Intanto procede, anche se lentamente, la campagna vaccinale. Ieri è stato il turno di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica non ha voluto telecamere e fotografi al seguito ma ha fatto la fila e si è vaccinato allo Spallanzani, insieme a tutti gli altri. Un gesto incredibilmente significativo e denso di pedagogia repubblicana che, per una volta, ha messo d’accordo tutti i partiti sul fatto che si trattasse di un ottimo insegnamento. Il capo dello Stato ha voluto dare un esempio concreto di come ognuno possa fare la sua parte per uscire da un incubo incredibilmente cupo, che dura ormai da un anno.
E si fanno ancora più cupi, invece, i tempi di consegna dei vaccini. Johnson&Johnson ha comunicato a Bruxelles l’impossibilità a garantire le consegne di 55 milioni di fiale previste per il secondo trimestre dell’anno. Ricade così sull’Europa l’incubo della mancanza di vaccini. Un nuovo caso di mancato rispetto dei contratti che mette ancor più sotto pressione Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo comunitario che a nome dei governi ha negoziato le forniture con le case produttrici. Tuttavia il commissario Ue all’Industria, Thierry Breton, rassicura: “Se un’azienda ha un problema non significa che l’intero programma vaccinale è in pericolo”. “Difficoltà di reperimento dei componenti”, si giustifica l’azienda alla vigilia dell’approvazione del suo prodotto da parte dell’Agenzia del farmaco europea.
Il caso Johnson&Johnson però preoccupa, visto che nelle capitali il suo vaccino viene visto come una possibile svolta in quanto è monodose e non richiede particolari procedure di trasporto, conservazione e somministrazione. Ecco perché Bruxelles si attiva subito per mettere alle strette il produttore, che nel pomeriggio di ieri ha cercato di rassicurare: “Rimaniamo impegnati sulle consegne di 200 milioni di dosi per il 2021 che inizieranno nel secondo trimestre”. Prendono tempo per non finire nella morsa mediatica. Il risultato non cambia.
Intanto Ue e Russia sono ai ferri corti sullo Sputnik, mentre l’Italia sarà quasi certamente il primo Paese europeo a produrre il vaccino russo. L’Unione Europea per ora fa i conti senza il farmaco di Mosca, puntando invece sui prodotti occidentali. E il presidente del Consiglio europeo Michel liquida come “operazioni molto limitate ma fortemente pubblicizzate” quelle annunciate dai russi, come, forse, la licenza concessa all’azienda italiana. Licenza della quale anche il nostro governo non sapeva nulla. E sono scintille tra l’Ema e il Fondo statale russo che commercializza lo Sputnik.
L’altro dossier è quello del Recovery. Insieme alla nuova versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza arriverà un decreto legge per renderlo subito attuabile. Includerà tutte le norme necessarie a far partire il Recovery Plan, dalla semplificazione burocratica allo snellimento delle procedure dei concorsi pubblici e a qualche misura che potrebbe rendere più rapida la giustizia civile. La scadenza per la presentazione del Piano a Bruxelles, fissata entro il 30 aprile, è sempre più vicina. La strategia l’ha indicata in maniera esplicita Renato Brunetta: “Stiamo lavorando a un decreto di accompagnamento del Pnrr che attui le diverse indicazioni, dai concorsi nella Pa alla digitalizzazione”, ha spiegato il ministro della Pubblica amministrazione in audizione alle commissioni Lavoro e Affari costituzionali di Camera e Senato.
Il Pd è un altro mondo. O fuori dal mondo. È caos e dopo le dimissioni di Zingaretti si cerca disperatamente un sostituto in grado di manovrare a lungo raggio l’azione dem. Il pressing è su Enrico Letta, considerato da più fronti il più adeguato. Il pressing è fortissimo sia da parte di Dario Franceschini che di Andrea Orlando e Nicola Zingaretti. E sembra che nelle ultime ore Letta si sia convinto a prendere in mano le redini del Pd. Ma ovviamente pone delle condizioni. Innanzitutto, che la sua candidatura sia la più unitaria possibile. Letta porrebbe delle condizioni però, come la richiesta di indire poi il congresso a scadenza naturale, ossia nel 2023, senza anticiparlo di un anno.










