Il rischio di trovarsi definitivamente fuori da Palazzo Chigi non è mai stato così alto. Giuseppe Conte lo sa bene, ed è per questo che ha tentato fino all’ultimo di evitare le dimissioni al buio. Nulla da fare, nemmeno ieri si è attivata una maggioranza che potesse garantire la sopravvivenza al premier targato M5S. E allora anche Conte ha capito che non c’era altra strada che annunciare le dimissioni e salire al Colle per tentare di formare una nuova maggioranza e, quindi, il Conte ter. Lo sta facendo in questi minuti: il premier ha convocato un cdm d’urgenza alle 9 in cui ha rassegnato le dimissioni, a mezzogiorno salirà al Colle per ufficializzarle dal capo dello Stato Sergio Mattarella, che avvierà le consultazioni non prima di domani pomeriggio.
Si apre dunque (l’ennesima) crisi di governo con Pd, M5S e Leu che fanno quadrato attorno al primo ministro, mentre Italia Viva resta compatta. Le prossime 48 ore saranno quelle realmente decisive, nel tentativo di sopravvivere anche a questa crisi. Il giurista pugliese ha solamente due giorni per favorire la nascita di un gruppo di “costruttori” e ottenere l’incarico a formare un esecutivo di “salvezza nazionale”. Conte confida nell’appoggio di almeno dodici “responsabili” ma finora nessuno è uscito allo scoperto, e se non dovessero farlo entro mercoledì pomeriggio, la prospettiva di un Conte ter diventerà quasi impossibile. In tutto questo sarà determinante anche cosa deciderà Mattarella: il capo dello Stato potrebbe dare un nuovo incarico a Conte, ma non è escluso che potrebbe avviare le consultazioni con gli altri partiti. I numeri, infatti, non convincono Mattarella, non c’è una maggioranza assoluta – e a questo punto nemmeno una relativa – e questo lo preoccupa molto. Il capo dello Stato più volte si è interrogato sulle garanzie di quella che dal centrodestra definiscono una “maggioranza raccogliticcia” che non ha fondamenta solide e si sfalderebbe ancora con una qualsiasi “scossa”, come quella data da Renzi con le dimissioni dei suoi ministri.
Nel frattempo dalle fila del M5S c’è confusione: i parlamentari hanno sciolto le corde, sono molto preoccupati di perdere la loro poltrona e si ritrovano senza una leadership legittimata. Non c’è chiarezza, ad esempio, sul possibile rientro in maggioranza di Matteo Renzi in un Conte Ter. L’ala governista, che ha nel ministro degli Esteri Luigi Di Maio il suo punto di riferimento, vorrebbe tentare la via del dialogo, mentre l’ala movimentista di Alessandro Di Battista, di Renzi non vuole nemmeno sentirne parlare. Medesima spaccatura anche sul ruolo di Forza Italia in un’ipotesi di governo di larghe intese. Spaccato anche il Pd: “non moriremo per Conte, ricuciamo con Renzi”, la sintesi del messaggio spedito da deputati e senatori nelle ultime 72 ore. Restituendo l’istantanea di un partito diviso, attraversato alcuni sospetti: alcuni dem credono infatti che una parte dei 5S stia lavorando da tempo per far fluori l’avvocato, pronti a scommettere che Di Maio e Renzi siano già d’accordo e che il senatore toscano proporrà proprio l’attuale ministro degli Esteri come nuovo premier durante le consultazioni.
Dal centrodestra è ancora Berlusconi a chiarire che non ci sarà nessun appoggio ad una riedizione dell’attuale maggioranza. In un’intervista al Giornale di questa mattina afferma: “Le strade possibili sono soltanto due: un governo che rappresenti veramente l’unità del Paese oppure restituire la parola agli italiani”. Forza Italia chiede “unità nazionale o voto”, mentre per il leader della Lega Salvini “quel che succede è volgare e disgustoso”.
La senatrice Emma Bonino di “Più Europa” lancia l’appello al Messaggero: “Andare al voto ora è da irresponsabili: proviamo a replicare l’intesa che sostiene la Commissione Ue dai dem a FI”. Su Bonafede dice: “Non ci ha mai convinto!”.
Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e fondatore del movimento “Cambiamo” affida le sua parole al Corriere della Sera: “Fermiamo il gioco che è fuori controllo. Togliamoci le magliette, lavoriamo per risolvere i problemi impellenti, ricostruire gli stadi crollati e poi ciascuno indosserà la sua divisa e tornerà a giocare per la propria squadra”. Una presa di responsabilità a favore degli italiani quella di Toti che poi afferma: “Adesso la priorità è un governo di tutti, noi non faremo da stampella a Conte”.
Ieri mattina intanto Giuseppe Conte ha avviato con Confindustria il nuovo round di incontri sul Recovery Plan. Il premier sapeva che le imprese non avrebbero fatto sconti. Né sul merito del documento né sul metodo. Così è stato. “Questo non è un piano del governo – ha esordito il presidente del Consiglio – ma del sistema-Italia, quindi deve essere ampiamente condiviso”. Anche perché deve “costruire le basi per ricostruire e trasformare il Paese garantendo una robusta ripresa, una più efficace resilienza e la realizzazione delle riforme che valgano a superare le carenze strutturali del Paese e migliorarne la competitività”. Ma da Confindustria arrivano dure critiche. Il presidente, Carlo Bonomi, si è detto “molto preoccupato”. “Non è che non ci è piaciuto – ha detto -, abbiamo posto in evidenza una criticità sulla metodologia. Attualmente non rispetta le linee guida della Commissione europea, dovevano essere indicati gli obiettivi sul pil, ma anche l’impatto sociale. Non sono indicati, quindi per noi diventa difficile dare un giudizio di merito”.
La crisi di governo ha letteralmente sconvolto l’agenda economica che era stata tracciata nelle scorse settimane: nuovo stop all’invio delle cartelle esattoriali almeno fino a fine febbraio e il decreto Ristori in un secondo tempo, comunque non più tardi di un paio di settimane. Dopo la proroga ponte che ha previsto lo slittamento al 31 gennaio 2021 delle notifiche dei versamenti delle cartelle esattoriali (in ballo ci sono 54 milioni di atti), il governo intende procedere ad un’altra proroga facendo slittare tutto almeno fino al 28 febbraio. Per poi concentrarsi sul decreto Ristori cinque. C’è forte preoccupazione sul capitolo cig: imprese e sindacati denunciano i tempi lunghissimi per il pagamento della cassa integrazione. Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro urgente al presidente dell’Inps per fare chiarezza sui numeri del Civ dell’istituto. Al 25 gennaio l’Inps fa sapere che su 17,2 milioni di domande di ammortizzatori sociali, i pagamenti ai lavoratori ammontano a 16,9 milioni, il 98,3%. Sono ancora in lavorazione i pagamenti per 293 mila prestazioni, di cui 252 mila arrivate a gennaio, che riguardano circa 180-190 mila lavoratori. Resta dunque un arretrato di circa 40 mila pagamenti.










