Negli ultimi giorni si è parlato tanto della famosa pillola anti-covid di Merck molnupiravir, autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco Aifa, e dell’antivirale remdesivir. I due farmaci sono destinati a pazienti non ospedalizzati con sintomi lievi e con condizioni cliniche concomitanti che rappresentino specifici fattori di rischio per lo sviluppo di una forma grave.
A marzo, infine, dovrebbe avviarsi la distribuzione del secondo antivirale autorizzato dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), il Paxlovid brevettato da Pfizer, che agisce e si assume in modo del tutto simile alla pillola Merck ma, secondo i test più recenti effettuati dall’azienda, ha un’efficacia superiore, intorno all’89%.
È possibile utilizzare gli anticorpi monoclonali che vanno somministrati nelle prime fasi della malattia, per via endovenosa, e sono indicati in particolare per i pazienti a rischio di forme gravi (cardiopatici, diabetici, ipertesi, soggetti fragili in generale). In Italia, al 13 dicembre, erano in tutto 21.055 i pazienti Covid che avevano già ricevuto cure con anticorpi monoclonali. Attualmente gli anticorpi monoclonali che hanno ricevuto il via libera dall’Aifa sono il mix bamlanivimab e etesevimab (Eli-Lilly), casirivimab e imdevimab (Regeneron/Roche) e sotrovimab di GlaxoSmithKline. L’Ema ha raccomandato l’autorizzazione anche dello Xevudy (Gsk), indicato per il trattamento della malattia in adulti e adolescenti sopra i 12 anni (e con un peso di almeno 40 chilogrammi), che non richiedono ossigeno supplementare ma che rischiano che la malattia diventi grave.
Ovviamente ad aggiungersi a questa lista incompleta c’è il vaccino che veniva proposto come una soluzione universale per tornare alla normale attività sociale. A distanza di quasi due anni, nonostante la presenza di varie cure ed il vaccino, continuano ad imporre restrizioni della libertà in nome dell’emergenza sanitaria. Con l’arrivo della pillola anti-covid si tornerà alla normalità? Non ci resta che attendere.










