Covid, il Cts frena, Draghi usa la prudenza. Salvini: “Riaprire!”. Le nomine sottosegretari scatenano il caos nel M5S

Salvini Draghi

Evitare lo scoppio della terza ondata e accelerare prepotentemente sui vaccini. Con qualsiasi soluzione. Pur di fare presto. Gli obiettivi di Mario Draghi sulla tabella di marcia sono tanti e impegnativi, ma non per questo impossibili. Serve collaborazione però. Senza litigi. Senza fronzoli. Bisogna collaborare per ottenere il più possibile. Ed è per questo che ieri il premier Draghi ha incontrato ministri e tecnici per trovare soluzioni idonee a rallentare la curva, ma allo stesso tempo a non gettare nell’ombra – come è stato fatto fino ad oggi – i commercianti, gli imprenditori. Insomma, l’economia.

Nel frattempo le regioni chiudono le aree di maggior contagio. In Lombardia zona arancione rafforzata a Brescia e in otto comuni della Bergamasca. Le varianti estere del virus preoccupano e il Cts chiede a Draghi “massima prudenza” e “rigore” nelle decisioni. Sui parametri per le possibili riaperture si studia se modificare alcuni indicatori per decretare le diverse fasce di colore. Con la variante inglese che a metà marzo sarà predominante in tutta l’Italia, Mario Draghi sceglie di continuare sulla linea della massima cautela. Nessuna riapertura, non ancora. Gli scienziati saliti a Palazzo Chigi hanno portato dati e tabelle per nulla incoraggianti e il presidente del Consiglio, che pure non è sordo alle pressioni politiche di chi invoca l’allentamento dei divieti, intende muoversi sulla base dei numeri e della curva del virus.

Nel frattempo dalla destra, e non solo dalla destra, si chiede “buon senso” e si rilancia così la posizione aperturista su ristoranti, ma anche piscine, cinema e teatri. Tutte attività che stanno soffrendo pesantemente. “Se i ristoranti sono sicuri a pranzo, lo sono anche a cena”, ha detto ieri Salvini dopo l’incontro con Draghi, voluto dallo stesso premier. Non solo la destra, dicevamo. Anche Stefano Bonaccini, governatore dem dell’Emilia Romagna usa la stessa espressione. “Buon senso”. E riaperture, dunque. La prima lettura è quella di un’alleanza tra esponenti del Nord produttivo, sensibili alle ragioni di esercenti e commercianti. Salvini è invece reduce da un incontro con i ristoratori in rivolta a Roma, ma ha sempre considerato l’importanza di dare voce a industriali e imprenditori, ma anche alla gente comune che “se non lavora non mangia”. Bonaccini sente la pressione delle categorie. E anche il 5 Stelle Stefano Patuanelli, appena arrivato al dicastero dell’Agricoltura, ha deciso di sostenere le ragioni dei produttori. Ma c’è una seconda lettura, che vede in questa strana alleanza un anticipo del congresso dem, con Bonaccini che insidia la leadership di Nicola Zingaretti.

In queste ore si fa sempre più fitto il problema nomine dei sottosegretari. La deadline è fissata per domani: oltre quella data Mario Draghi non può e non vuole andare. Tempo ai partiti ne ha dato sin troppo, eppure le indicazioni sui nomi dei sottosegretari per completare la squadra ancora non arrivano. È una questione che il premier guarda con un distacco che ora dopo ora diventa insofferenza: non a caso ha delegato buona parte del lavoro di raccordo ai suoi più stretti collaboratori a Palazzo Chigi. Draghi farà alcune scelte tecniche – vuole riservarsi ad esempio un’opzione per lo Sport – ma per il resto non intende sobbarcarsi l’onere di sciogliere i nodi politici della sua maggioranza.

Intanto non si ferma l’emorragia del M5S. Il caos è evidente, tra fuoriusciti eccellenti e lotte interne per il potere. Sulle nomine dei sottosegretari la questione si sta surriscaldando. Un risiko vero e proprio, con diversi equilibri da tenere  in piedi. Ci sono i sottosegretari uscenti che premono per essere riconfermati contro i parlamentari alla prima legislatura che rivendicano un post alle luci della ribalta dopo due governi all’ombra. Ci sono le donne pentastellate che vogliono pesare come i colleghi uomini. I volti del Sud che chiedono spazio perché si ritengono poco rappresentati. Un quadro in continua evoluzione che stavolta vede Beppe Grillo in prima linea per ridare ordine. O per lo meno cercare di farlo. “Siamo nell’era delle giravolte, dei tradimenti, delle parole che perdono significato. Spero che presto possano tornare al centro della scena le persone che ci credono veramente, in tutti i partiti”, dice Massimo Bugani, capo staff di Virginia Raggi, capogruppo in Comune a Bologna, in una intervista a Repubblica, e sulla crisi che sta vivendo il Movimento 5 stelle aggiunge: “Il vero rischio che vedo è quello dell’evaporazione. Già oggi nel cuore di molti italiani non esistiamo più. Se in due anni passi dal 33% al 13%, la tua preoccupazione non dovrebbe essere la scissione ma cercare di frenare l’emorragia”. Gli strappi delle ultime settimane all’interno del Movimento rischiano di diventare falde insanabili. È per questo che il garante del M5S è tornato prepotentemente in prima linea per ristabilire una sorta di equilibrio e soprattutto guidare l’ingresso di Giuseppe Conte nel Movimento. Questa la vera carta jolly che potrebbe ristabilire una situazione parecchio complicata.

Problemi minori questi per i cittadini, che sono sempre più preoccupati dalla questione salute ed economia. L’idea di pensare ai problemi della politica tout court, come le nomine, è giustamente sempre più lontana dalla gente comune, che in questo momento ha altro a cui pensare. A tracciare un profilo ben preciso è un sondaggio condotto da Euromedia Research, che rileva come ad oggi le reali preoccupazioni per i cittadini siano attinenti prettamente alla vita quotidiana e alla viva speranza del suo ritorno ad una normalità. I rallentamenti dettati dalle dinamiche di partito destano preoccupazione perché tolgono attenzione e impegno nella risoluzione della crisi pandemica. Secondo i cittadini al primo posto dell’agenda Draghi dovrebbero esserci le strategie per l’immunità (48.3%) prima ancora del piano per ridurre il carico fiscale (20.6%) e per accelerare i cantieri (7.7%). A Mario Draghi si chiede sicuramente di tirare fuori l’Italia dai guai, tuttavia le energie si potranno liberare solo quando saremo certi di aver, se non sconfitto, messo almeno sotto controllo il virus in tutte le sue varianti. Economia green e transizione energetica (6.8%), riforme e cambiamenti nel mondo dell’Istruzione (6.3%), transizione digitale (3.0%) e una migliore efficienza nelle cause civili (2.0%), seppur fondamentali per una ripresa nazionale complessiva, vengono considerate dai cittadini sicuramente prioritarie, ma secondarie rispetto a sicurezza sanitaria ed economica.

Il vero dossier più importante, oltre a quello dei vaccini, è chiaramente la riscrittura del Recovery Plan. Così com’è non può andare. Mario draghi ieri ha deciso che sarà Carmine Di Nuzzo, dirigente della Ragioneria generale dello Stato, a guidare la “unità di missione” che al Mef si occuperà di coordinare il Recovery Plan. Sarà lui dunque Mister Recovery, una sorta di general manager del Piano. Monitoraggio, rendicontazione puntuale degli investimenti programmati, come prevede la legge di bilancio 2021 (articolo 1, comma 1050), ma anche “compiti di coordinamento e raccordo” che non saranno limitati al Mef, ma saranno estesi all’intero governo. In altre parole, la struttura guidata da Di Nuzzo sarà il perno del confronto con gli altri ministeri per la predisposizione (e poi per l’attuazione) del nuovo Recovery. Mentre il Piano vaccini italiano è in ritardo. Non solo per i tagli nelle consegne delle aziende, ma anche per le difficoltà organizzative delle Regioni che, nel passaggio alle categorie non sanitarie (over 80, docenti, personale scolastico, forze dell’ordine) vanno a rilento. Al momento più di una dose su quattro rimane nei frigoriferi. Ma il ritardo più evidente riguarda il vaccino AstraZeneca: impiegata solo una dose su dieci. L’azienda, intanto, potrebbe dimezzare la fornitura alla Ue. Una grana in più per il premier.