Ci si chiede sempre più spesso e legittimamente a cosa servano le grandi organizzazioni sovranazionali soprattutto in un momento come il presente nel quale occorrono risposte immediate ed efficienti a livello globale.

L’Onu, il più importante fra gli istituti giuridici internazionali appare sempre di più agli occhi dei cittadini come un’entità lontana, eccessivamente burocratizzata e talvolta addirittura inutile per la risoluzione dei problemi.

Eppure, qualche buona notizia sembra provenire dal Palazzo di Vetro di New York. Le Nazioni Unite provano infatti a inaugurare un nuovo corso in tema di sviluppo e ambiente. La Commissione Statistica sta per recepire infatti un nuovo indicatore che includerà al medesimo tempo dati economici e ambientali per misurare e verificare la ricchezza. Siamo probabilmente dinanzi ad una rinnovata concezione del PIL: la sostenibilità accanto alla produzione o, meglio, la produzione senza sostenibilità non varrà più come mero criterio per giudicare la ricchezza delle nazioni. Ci si ricorda del celebre discorso di Robert Kennedy che presso l’Università del Kansas, pochi mesi prima di venire assassinato aveva sollecitato a riflettere su cosa fosse il prodotto interno lordo.

Non possiamo misurare i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana”. Lo sviluppo, il progresso non può essere identificato esclusivamente sulla base di risultati economici. Proprio in questa nostra difficile epoca è giunta l’ora di dire che il PIL deve comprendere i temi dell’ambiente. Le scelte economiche delle nazioni dovranno tenerne conto.

La necessità di accogliere una visione nuova della ricchezza delle nazioni è un tema da tempo dibattuto che stimola le classi dirigenti a cercare nuovi parametri che possano dirigere le economie verso visioni e orizzonti inclusivi in cui i dati economici possano finalmente venire valutati attraverso criteri di sostenibilità. Il Department of Economic and Social Affairs (DESA) dell’Onu spiega infatti che: “il quadro, denominato System of Environmental-Economic Accounting – Ecosystem Accounting, va oltre la statistica comunemente utilizzata del prodotto interno lordo (PIL) e garantisce che il capitale naturale, come foreste, oceani e altri ecosistemi, sia preso in considerazione nei rapporti economici. Il sistema aiuta anche a rispondere meglio alle emergenze ambientali, come il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità”.

Un approccio senza dubbio innovativo, da favorire e condividere. Ma mi preme sottolineare un ulteriore aspetto della questione. Certamente si dovrà proseguire sulla strada della decarbonizzazione delle economie mondiali, così come si dovranno studiare con attenzione i dati sui cambiamenti climatici in relazione allo sviluppo delle società umane.

Il tema dell’energia del futuro è decisivo. Smettere di incentivare l’uso delle fonti fossili e garantire una transizione energetica più equa visto che ancora oggi 800 milioni di persone in tutto il mondo non hanno ancora l’elettricità di base e 2,8 miliardi non hanno accesso a combustibili puliti per cucinare, sarà la sfida per un PIL finalmente sostenibile. Eppure, pur avendo compiuto questi passi straordinari non avremo ancora raggiunto l’obiettivo finale.

Nei Pil di domani, nelle ricchezze delle nazioni che dovranno essere pienamente sostenibili, dovremo includere ancora altri parametri. Si tratta di quei beni immateriali che concorrono ad una migliore qualità della vita. Come da tempo sostengo, l’identità dei territori, le tradizioni, la specificità dei luoghi, la basilare quotidianità delle persone sono i veri parametri di un Pil più sostenibile. Non dimentichiamo che le nostre vite sono una combinazione complessa di elementi spirituali e ambiti materiali che vanno tra loro equilibrati e coltivati con consapevolezza.

La qualità della vita non può essere solo quella dettata dai numeri o dalla finanza globale. Essa cresce piuttosto nella consapevolezza della propria identità, dei diritti e dei doveri che abbiamo come esseri umani e nella responsabilità verso le nostre comunità. La prospettiva della buona qualità del vivere non nasce dall’applicare formule economiche caratterizzate dalla “sottrazione” (meno produzione, meno ricchezza, meno progresso), o di addizione (più produzione, più finanza ecc.). La qualità della vita di una nazione ha origine dalla capacità di ciascuno di essere attivamente consapevole della propria identità spirituale e materiale e dalla volontà di operare virtuosamente in vista di quell’incontro tra cultura e natura, tra identità e sviluppo, tra locale e globale che potrà dare un nuovo senso al concetto stesso di PIL.

Vincenzo Pepe

Presidente nazionale FareAmbiente – Università della Campania “Luigi Vanvitelli”