«L’ha indicato chiaramente anche il presidente della Repubblica: dopo Palamara c’è una perdita di credibilità della magistratura. Basta vedere i sondaggi. La fiducia degli italiani nelle toghe è diminuita di 40 punti». Sono le parole di Sabino Cassese, giurista, accademico italiano e giudice emerito della Corte costituzionale a Libero Quotidiano. Cassese vede nel premier Draghi un’occasione per l’Italia e tifa perché il ministro Cartabia riesca nel cambiare in meglio la giustizia e fermare lo strapotere dei pm.

“Consideri, però – afferma Cassese nell’intervista -, anche quest’altro aspetto: la magistratura ha colpito sé stessa con la stessa arma usata per mettere alla gogna cittadini onesti. Bisogna però distinguere. Vi sono ottimi giudici che svolgono la loro funzione giudicante e tra questi vi sono anche capi di istituto esemplari che riescono a non far accumulare arretrati. Completamente separata e diversa è la posizione dei procuratori- investigatori. Questi hanno sviluppato un nuovo potere dello Stato, che certamente va oltre il dettato costituzionale. Pensi soltanto a quella norma dell’articolo 111 della Costituzione secondo la quale la persona accusata di un reato è “informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico”. Le pare una norma rispettata?».

Per Cassese a far cadere il governo giallorosso è stata “l’errata gestione dei rapporti con le Regioni che ha trasformato l’Italia in un Paese ad Arlecchino. L’incertezza dell’indirizzo politico. Le molte parole e i pochi fatti. L’adozione continua di norme incomprensibili. L’imprevidenza (non si poteva partire prima con i vaccini?). L’abuso dei Dpcm. L’accentramento a Palazzo Chigi per non fare». Insomma, una confusione senza precedenti dettata sì da un’emergenza pandemica, ma accelerata dall’incompetenza di chi era al potere: M5S e PD.

«Draghi – continua Cassese – ha un certificato di credibilità internazionale che nessun altro ha in Italia. Guida il governo come può condurlo una persona che conosce la politica e la macchina. Pronuncia poche parole e fa molti fatti. Ha una base parlamentare più ampia. Anche nel governo Draghi ci sono dei “nei”, come l’aver adottato un Dpcm, l’aver prorogato l’emergenza, il lasciare che qualche ministro parli troppo per “comunicare”, invece che per annunciare decisioni».

Che Italia sta uscendo dalla pandemia? «Direi più preoccupata e più provata. Quando si va in auto su una strada difficile, con molte curve, si desidera avere un autista che non abbia preso la patente il giorno prima».

Se Draghi prorogasse lo stato d’emergenza “sarei stupito. Significherebbe che non si è capito che, passata la fase critica, bisogna ritornare nella normalità. Se ritornare alla gestione ordinaria è difficile, vuol dire che le regole della gestione ordinaria sono sbagliate e vanno cambiate. Non si può vivere di deroghe e di eccezioni».

Alla domanda se Draghi stia governando disinteressandosi delle istanze dei partiti che lo sostengono, Cassese ha risposto: «Non si sta disinteressando, ne tiene conto, ma mantiene anche l’unità di indirizzo politico del governo, che è il compito principale del presidente del Consiglio dei ministri, secondo la Costituzione, senza farsi sommergere da infiniti negoziati».

E poi il Colle. Se Mattarella fosse rieletto, potrebbe rimanere sette anni? «La durata delle cariche è un elemento fondamentale della struttura delle democrazie. Pensi soltanto a quella dei poteri politici americani, due, quattro e sei anni, con i membri della Corte Suprema nominati a vita. In Italia la differenziazione delle durate, inizialmente anche quella tra Camera e Senato, è stata pensata sempre con l’occhio ad una preoccupazione di tutti i cultori della democrazia: evitare la tirannide della maggioranza e quindi impedire che in un certo anno, in un certo giorno, vi sia una maggioranza unica, a tutti i livelli e in tutti gli organi, così riducendo la dialettica interna tra gli organi». Draghi con il suo attivismo si sta sbarrando da solo la strada per il Colle? «Non parlerei di attivismo, ma piuttosto di un “governo che governa”, senza rinviare o farsi vincere dai negoziati infiniti. Penso che una persona con l’esperienza di Draghi sappia quello che dicono i francesi sulle cariche pubbliche: non si sollecitano e non si rifiutano».

È giusto che il presidente della Repubblica lo elegga un Parlamento che di fatto non rappresenta più il Paese e che si è di fatto autodelegittimato con il taglio dei deputati? «In tutti gli ordinamenti moderni, i tempi degli organi rappresentativi e le durate dei loro membri sono regolati in maniera diversificata, per il motivo che ho prima indicato. Non c’è una “democrazia istantanea”».

Si aspettava che Draghi picchiasse i pugni sul tavolo in Europa e pensa che sortirà qualche effetto? «E chi poteva farlo meglio di lui? E non è meglio battere i pugni sul tavolo da parte di un convinto sostenitore dell’Unione europea, piuttosto che indulgere nel nazionalismo o sovranismo parolaio?» I soldi del Recovery Fund costituiscono di fatto una cessione di sovranità senza ritorno? «Le risorse sono date per migliorare il funzionamento della giustizia e dell’amministrazione, nonché per digitalizzare il paese e proteggere l’ambiente. Chi è contrario a questi obiettivi in Italia?» Cosa ne sarà dell’Europa con il tramonto della Merkel e l’uscita di scena di Macron, l’Italia potrà riacquistare centralità? «Che magnifica occasione per riconquistare il posto che spetta all’Italia nell’Unione europea! L’Italia non è solo uno dei Paesi fondatori dell’Unione, mai anche uno dei tre più grandi membri dell’Unione».

Draghi si sta sforzando di coinvolgere l’Europa nella gestione dell’emergenza immigrati: può riuscirci, come? «Non ci si possono aspettare risultati a breve scadenza. Il problema immigrati è enorme. Occorre tener conto della decrescita demografica dell’Italia e dell’Unione europea nel suo insieme e delle previsioni di crescita demografica dell’Africa. Di immigrati ne avremo bisogno e sarebbe utile prevedere canali e priorità, come fanno da decenni gli Stati Uniti, nonché di organizzare un buon sistema di integrazione, tenendo conto che tutte le società moderne sono multietniche e che in Italia abbiamo molto meno immigrati che in altri Paesi europei».

Cosa ne pensa di Salvini, assolto a Catania e processato a Palermo per vicende analoghe? «Vediamone gli aspetti positivi: è prova dell’indipendenza delle corti e dei magistrati e nel sistema giudiziario vi sono strumenti per risolvere diversità di interpretazioni e conflitti tra le corti. L’importante è procedere speditamente. Quindi, mi concentrerei sui tempi perché, come dicono gli inglesi, giustizia ritardata non è giustizia».