La riforma della giustizia sta animando il dibattito nel Paese e di certo costituirà uno dei presupposti fondamentali, insieme alla semplificazione del fisco, per ammodernare e rendere più efficiente l’apparato statale dopo la crisi pandemica.

Oltre all’organizzazione della giustizia ancora troppo rudimentale, l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura stessa sono state messe a dura prova da una serie di vicende che hanno scosso l’opinione pubblica negli ultimi tempi.

A cominciare dall’esistenza di un sistema di potere vero e proprio della magistratura, come risulterebbe dal libro intervista di Sallusti a Palamara- ex presidente dell’ANM ed ex membro del CSM- per passare alla recente indagine della procura bresciana nei confronti dei pm milanesi De Pasquale e Spadaro per l’ipotesi di reato di “rifiuto d’atti d’ufficio” nel caso Eni-Nigeria.

Non stupisce che, secondo un recente sondaggio, solo un italiano su due dichiari di aver fiducia nella giustizia. Ragionevole durata del processo e garanzie a tutela della riservatezza per la persona accusata circa la “natura e i motivi dell’accusa elevata a suo carico” come sancito all’articolo 111 della Costituzione, sono ancora obiettivi lontani. Di questo e altro abbiamo parlato con *Daniele Capezzone, giornalista, atlantista, liberale in senso classico e non avvezzo al politicamente corretto.

  1. Il nostro Paese è ormai giunto ad un bivio storico fondamentale, sollecitato dalle richieste europee, anche in tema di giustizia. Pensa che la proposta di riforma della Ministra Cartabia possa determinare un reale cambiamento di passo per la giustizia italiana?

“No, mi pare che l’impianto Cartabia sia complessivamente troppo timido. E la cosa non mi sorprende, peraltro: deve trovare una mediazione tra componenti della sua maggioranza che, su questi temi, la pensano in modo opposto. Dunque, rischia di uscir fuori un compromesso al ribasso”.

  1. La Guardasigilli ha recentemente affermato che “in cinque anni dobbiamo ridurre del 25% i tempi dei giudizi penali”, lasciando intendere la necessità di una revisione dello stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado come introdotta da Bonafede. Ad oggi però sembra molto complesso trovare un accordo sul tema della prescrizione, che, allo stato attuale, non garantirebbe all’imputato una ragionevole durata del processo e non ridurrebbe i tempi troppo lunghi di indagine dei pm. Qual è, secondo lei, la via più opportuna da percorrere?

“E’ uno dei classici casi in cui comporre le esigenze grilline (processi eterni) e quelle di un normale stato di diritto (durata ragionevole, perché uno non può rimanere imputato a vita) mi pare pressoché impossibile. O si sta da un lato o dall’altro della barricata”.

  1. Nel frattempo Salvini ha depositato in Cassazione con i radicali sei referendum sul tema della giustizia. Come reputa questa iniziativa?

“Hanno fatto benissimo. Sia nel merito, perché si tratta di sei proposte assolutamente condivisibili, sia nel metodo, perché nello stallo parlamentare che ho descritto, è saggio chiedere ai cittadini se vogliano decidere riforme di limpida impronta liberale”.

  1. Sulla scia del caso Tortora, nel 1987 venne anche accolta favorevolmente dall’80,21% dei cittadini la responsabilità civile dei magistrati, poi tradita, secondo i radicali, dalla successiva legge Vassalli. La volontà popolare sarà questa volta sovrana e riuscirà a indurre il Parlamento a circoscrivere la responsabilità diretta del giudice in caso di errore?

“Purtroppo la legge Vassalli, pur scritta da un grande giurista, negò e annacquò il principio della responsabilità civile diretta votata dai cittadini, autorizzando un complesso e contorto meccanismo (causa contro lo stato, ed eventuale parziale rivalsa di questo sul magistrato). Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: il meccanismo non ha funzionato. Dunque, stavolta, se gli elettori confermeranno la loro saggia decisione, non devono esserci retromarce parlamentari”.

  1. Il caso Palamara sarebbe la rappresentazione di un sistema giudiziario malato nel suo complesso, un vero e proprio “sistema di potere” capace di influenzare la politica italiana. Secondo lei la società sta prendendo coscienza dell’esistenza di questa realtà oppure finché i problemi non toccano personalmente il singolo cittadino, si tende a credere che riguardino solo gli altri? 

“Il rischio c’è. Ma credo anche che in tantissimi italiani sia subentrata una consapevolezza profonda. Già tanti immaginavano che le cose andassero in un certo modo. Le rivelazioni di Palamara hanno offerto una conferma difficilmente controvertibile”.

  1. Come può essere riformato il CSM per evitare storture, interferenze sulle nomine e restituire indipendenza e imparzialità alla magistratura? 

“La strada maestra è il sorteggio. So bene che la Costituzione (articolo 104), compiendo un riferimento agli “eletti”, non consente un sorteggio integrale. Ma non vieta una soluzione intermedia, o “temperata”, come alcuni dicono. E cioè effettuare un sorteggio tra i tutti i magistrati che ne abbiano titolo, selezionarne un numero ristretto in modo casuale, e poi procedere all’elezione all’interno di questa rosa”.

  1. Cosa pensa della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante? 

“Principio sacrosanto. In mancanza di essa, è utopistico pensare alla parità delle parti davanti a un giudice davvero terzo”.

  1. E ancora, come giudica la possibilità per un magistrato di candidarsi ad una carica politico-elettiva o di essere titolare di cariche amministrative ai vari livelli dell’ordinamento?

“Non sono favorevole a queste porte girevoli, meno che mai in tempi rapidi o addirittura sul medesimo territorio dove il magistrato ha esercitato”.

  1. In un governo caratterizzato da diversi colori politici, è realistico un accordo bipartisan sulla riforma della giustizia o sarà più verosimile possa accadere dopo nuove elezioni?

“La via maestra sarebbe votare i referendum nella primavera del 2022, e avere poi una coerente affermazione di uno schieramento politico alle elezioni del 2023. L’attuale Parlamento avrà molte difficoltà a realizzare riforme profonde”.

  1. Il tema della giustizia è strettamente legato a quello dello stato di diritto e dei principi posti a fondamento della nostra Costituzione. Una carta che, secondo molti, andrebbe modificata per dare al nostro Stato un assetto istituzionale più funzionale alle continue e rapide sfide che ci attendono. Siamo pronti per dare avvio ad una nuova stagione costituente e riformatrice o le divisioni ideologiche avranno la meglio?

“Eleggere in tempi rapidi una Costituente (con il proporzionale) porterebbe fatalmente a un’assemblea sminuzzata, in cui per approvare ogni articolo sarebbero necessari compromessi estenuanti. Molto meglio che il centrodestra, per ora, faccia crescere nel paese le ragioni del cambiamento costituzionale (a partire da presidenzialismo e federalismo). Poi, nei prossimi anni, si potrà ragionare o su un percorso di riforma costituzionale in Parlamento oppure su una Costituente. Ma in condizioni diverse da quelle di oggi, a mio avviso”.

*Daniele Capezzone, fondatore del centro studi Mercatus (www.istitutomercatus.it), scrive per il quotidiano La Verità, di cui cura anche la rassegna online #LaVeritaAlleSette e per il periodico online Atlantico. In tv appare come commentatore politico nei programmi delle reti Mediaset. Ha pubblicato per Piemme “Likecrazia – Lo show della politica in tempo di pace e di Coronavirus”.