Il decreto Sostegni accelera e prova ad evolversi, con l’obiettivo di aiutare di più le piccole partite Iva e i settori più colpiti dalla crisi, e di cominciare a guardare alla ripresa introducendo misure più selettive su fronti caldi come il rinvio dei pagamenti fiscali, il blocco dei licenziamenti e quello degli sfratti. Lo spiega Claudio Durigon, il sottosegretario leghista all’Economia chiamato anche a gestire in prima persona la pioggia di emendamenti in arrivo (se ne attendono più di 3mila) al primo «Dl sostegni» ora al Senato. La sua replica è destinata a superare i 32 miliardi di deficit movimentati dal primo provvedimento, per attestarsi almeno a quota 35 miliardi (ma non è per nulla escluso che si arrivi in zona 40 miliardi). In discussione, oltre alla cifre, resta anche il calendario: quello ufficiale prevede Def e scostamento in Aula il 22 aprile, con la delibera in consiglio dei ministri la settimana prossima, e un via libera al nuovo decreto intorno al 24 aprile. Anche se questa corsa desta per ora qualche perplessità al Mef. A Palazzo Chigi si punta ad accorciare i tempi per dare risposte il prima possibile alle tante categorie al centro di una sofferenza che si sta trasformando in fretta in tensione sociale.

La Lombardia ha il record di richieste di aiuti, quasi 100 mila (16,4%), ma a livello provinciale a svettare è Roma con 54.262; in coda Udine con appena 9 domande, peraltro liquidate con la somma minima di mille euro. Il Nord produttivo, dove la densità di imprese ed il numero di partite Iva sono più alti, e le regioni del Mezzogiorno, dove si contano più attività individuali e di piccolo taglio, e in generale tutte le aree dove la crisi morde di più, si dividono il grosso dei rimborsi previsti dal decreto Sostegni varato dal nuovo governo. Le città turistiche spuntano i contributi più alti, le professioni autonome quelli più bassi. È questa la fotografia che esce analizzando in dettaglio la prima ondata di bonifici relativi ai nuovi indennizzi a fondo perduto che partite Iva, professionisti e imprese si troveranno bonificati in conto corrente in questi giorni. In tutto 604.534 istanze di pagamento per un totale di 1,9 miliardi.

Per quanto riguarda il Recovery ieri c’è stato un faccia a faccia tra il presidente del Consiglio Draghi e il commissario per gli Affari economici della Ue Paolo Gentiloni, durato circa un’ora. Un tempo sufficiente per fare il punto tanto sul fronte italiano che su quello europeo dell’«attuale situazione economica». Le prossime settimane saranno decisive a Roma come a Bruxelles. «Dobbiamo cambiare tutto», ha detto il premier giovedì alle Regioni e lo stesso ha ripetuto in conferenza stampa facendo riferimento alle modalità, ai meccanismi, alle pastoie burocratiche che nel corso dei decenni hanno minato la «credibilità» dell’Italia sulla capacità di realizzare gli investimenti. «Ora dobbiamo recuperarla», ha ammonito il premier, ricordando che ci sono centinaia di miliardi appostati in bilancio e rimasti inutilizzati. Un concetto che con parole quasi identiche – «servono nuove procedure, leggi che consentano di accelerare gli investimenti» – più volte ha ribadito anche Gentiloni.

La preoccupazione di entrambi è sulla capacità di realizzare gli obiettivi e i progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il tempo stringe e il Piano è tutt’altro che definito. Intanto emerge che nel Recovery dei ministeri ci sono parecchi miliardi di troppo. Le richieste dei ministeri in vista del Recovery Plan superano di 30 miliardi le risorse disponibili. Per eliminare o ridimensionare i programmi in eccesso ci sono venti giorni o anche qualcosa di meno, visto che il presidente del Consiglio ha intenzione di portare a Bruxelles il documento finale con uno o due giorni di anticipo rispetto alla scadenza fissata a fine mese.

Prosegue nel frattempo la campagna vaccinale. “Non spetta a me dare pagelle alle singole Regioni, ma è sempre più evidente che a mancare sono i vaccini più che l’organizzazione“. Lo dice, in un’intervista alla Stampa, il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini che da poche ore ha lasciato l’incarico di presidente della Conferenza delle Regioni. “C’è un piano vaccinale ed è nazionale. Ho appena concluso un sopralluogo agli hub vaccinali di Bologna e Ferrara insieme al generale Figliuolo e al capo della Protezione civile Curcio: entrambi hanno potuto apprezzarne l’efficienza, la coerenza del lavoro rispetto alle priorità indicate dal governo, l’entusiasmo e la professionalità di operatori sanitari e volontari”, afferma. “Non dimentichiamoci – aggiunge – che all’Italia è stato consegnato il 60% in meno dei vaccini previsti: qui a doversi fare un esame di coscienza serio sono le multinazionali farmaceutiche”. Parlando poi dell’avvicendamento con Fedriga, Bonaccini spiega che “ho guidato la Conferenza delle Regioni collaborando con cinque governi diversi e con colleghi presidenti di colore politico differente, cercando sempre l’unità delle posizioni. Il mio mandato era a disposizione, anche alla luce della schiacciante maggioranza di regioni di centrodestra. Avevo solo chiesto, questo sì, una soluzione unitaria, per non lasciare un vuoto o spaccare la Conferenza in questo momento. Così è stato e sono contento. Massimiliano Fedriga, il nuovo presidente, potrà contare sul mio sostegno”.