Mentre in Iran le manifestazioni continuano a essere represse con la forza, Donald Trump interviene pubblicamente invitando gli iraniani a non fermarsi. Il presidente statunitense esorta i manifestanti a “prendere in mano il destino del Paese” e annuncia di aver annullato tutti gli incontri con i rappresentanti di Teheran, aggiungendo che “l’aiuto è in arrivo”.
Le dichiarazioni provenienti da Washington accrescono la tensione sul piano internazionale. La Russia reagisce duramente, giudicando “inaccettabili” le pressioni americane sull’Iran e avvertendo che un’azione militare avrebbe conseguenze “disastrose”.
Non si è fatta attendere la risposta iraniana: in una nota diffusa sui social, la missione di Teheran alle Nazioni Unite accusa gli Stati Uniti di perseguire da anni una strategia mirata al rovesciamento del regime, fatta di sanzioni, minacce e destabilizzazione interna, considerate strumenti funzionali a creare le condizioni per un intervento armato.
Toni più cauti, almeno ufficialmente, arrivano dal Dipartimento di Stato. Il segretario Marco Rubio afferma che la Casa Bianca starebbe valutando opzioni diverse dall’uso della forza, sottolineando che al momento non sarebbe stata presa alcuna decisione militare.
Intanto, sul terreno, il bilancio umano continua ad aggravarsi. Secondo le stime diffuse dall’emittente Iran International, le vittime della repressione avrebbero superato quota 12.000, in larga parte giovani sotto i trent’anni. Numeri nettamente più bassi vengono invece forniti dalle autorità iraniane, che parlano di circa 3.000 morti, includendo anche membri delle forze di sicurezza.










