La riforma degli ammortizzatori sociali passa per la formazione e le politiche attive. E non solo per le misure, ma anche per le risorse economiche. “Non deve diventare l’ennesimo assegno di sostentamento per chi perde il lavoro”, dice a “la Repubblica” Claudio Durigon (Lega), sottosegretario all’Economia. C’è un consenso generale sugli ammortizzatori sociali universali, ma il costo è ingente. Imprese e sindacati hanno già espresso preoccupazioni.

“Si stanno valutando le varie ipotesi e si sta quantificando. Se si estendono finalmente gli ammortizzatori anche alle aziende più piccole e alle partive Iva, che sono diventate moltissime dopo il decreto Dignità, la riforma ci costerebbe dai 6 agli 8 miliardi”. “Un miliardo e mezzo – continua il sottosegretario – arriva dalla sospensione del cashback, che andrà riformulato per il 2022, e limitato ai settori e alle categorie di persone che non hanno ancora la cultura dei pagamenti elettronici. Si tratta quindi di trovare 4-5 miliardi: mi sento di dire che possono essere reperiti nei meandri della legge di Bilancio, soprattutto se gli ammortizzatori smettono di essere un sussidio e diventano una dote per il lavoratore, come avviene per esempio in Lombardia”.

E quindi anche le risorse, non solo in una prima fase di transizione ma anche a regime, potrebbero arrivare in parte dai piani per la formazione: “Ci sono gli enti bilaterali, i fondi professionali e quelli del Pnrr, i Pon. Le opportunità sono moltissime se si attivano finalmente le politiche attive del lavoro che fino ad ora non hanno funzionato: bisogna potenziare i centri per l’impiego e ridisegnare l’Anpal e il reddito di cittadinanza, che invece di reinserire i percettori nel mondo del lavoro li ha allontanati”. “Io credo – conclude Durigon – che chi riceve il reddito e può lavorare, non dovrebbe avere la possibilità di rifiutare le offerte. Mentre per chi ha almeno 62 anni si potrebbe pensare alla pensione anticipata, perché a quel punto la formazione non avrebbe senso”.